L’eredità di James Brown

Articolo di Nicola D'Agostino
Tematiche: dj culture, personaggi, saggi, sampling

James Brown è morto.
In the Jungle Groove
Con lui scompare un personaggio “larger than life”, con un peso enorme nella cultura musicale e popolare degli ultimi quarant’anni, un mito che ci lascia una grande eredità.
Per provarne a capire la figura, più che i tantissimi necrologi, comunicati, note di agenzie stampa usciti all’indomani della sua morte, ci viene in aiuto un lungo articolo in inglese apparso nel giugno 2006 sulla rivista Rolling Stone ed intitolato “Being James Brown”. E’ un testo di cui consigliamo la lettura perché l’autore, Jonatham Lethem, riesce al tempo stesso sia ad essere impietoso che a trasmettere l’aura e la grandeur di un uomo sulla scena da decenni.
Lethem ci descrive uno showman anziano (Brown aveva 73 anni) ma ancora pienamente immerso nel suo mondo di dischi e concerti. Un musicista criticato anche dai suoi stessi collaboratori come ormai immutabile nelle sue scelte, ma che a rifletterci meglio è tale dopo quasi 60 anni di carriera e dopo essere stato più volte anticipatore dei tempi, contributore instancabile e cruciale all’evoluzione della musica intesa nel senso più ampio e globale in cui siamo immersi oggi.

James Brown: Soul Survivor [2003]Quello di Brown è oggettivamente un contributo vastissimo ed enorme costituito da linee guida, idee, esperimenti e un vocabolario di ritmi, suoni e tic poi usati da altri compositori, musicisti, esecutori, dj e manipolatori sonori dagli anni ‘70 in poi. Questi hanno fatto tesoro delle lezioni del “Soul Brother Number One” apprendendole e riproponendole, ed hanno spesso monetizzato più e più volte le intuizioni di Brown e degli uomini di cui si era sapientemente circondato.

Nell’esaminare la figura di Brown, prima ancora che della musica bisognerebbe parlare della sua energia, elemento che complica l’analisi tanto quanto arricchisce e fa crescere la statura del personaggio.
Tanta energia. Non bisogna dimenticare che una delle componenti fondamentali degli spettacoli di Brown, catturata fedelmente più volte anche su disco, è lo sfociare quasi nel circense. Mr Dynamite era un irripetibile mix di cantante, ballerino e conduttore di band. Era energia fatta persona, al tempo stesso codificata e inimbrigliabile, una dimostrazione di vitalità e di immedesimazione del performer con la musica che eseguiva.

Ogni volta che si esibiva dal vivo Brown ricreava un’evocazione quasi magica dello show business. The Foundations of Funk: a Brand New Bag 1964-1969La sua è stata una costante e maniacale dimostrazione di showmanship, di cui si trovano diversi esempi video online che fanno impallidire gran parte dei cantanti e musicisti contemporanei e successivi per intensità e continuità. Il “hardest working man in show business” ha infatti continuato a ripetere la sua alchimia sino a pochi giorni prima della scomparsa, come ho avuto la fortuna di constatare di persona nella tappa estiva italiana a Forlì di quella che rimarrà nella storia come la sua ultima tournée.

Ma torniamo al contributo puramente musicale.
Tra gli pseudonimi, in gran parte autoattribuiti, c’è quello di “Godfather of Soul”, “padrino del soul”. Ma anche nella sua roboante foga di rivendicazione e rivalsa, tipica dell’afroamericano che viene dal basso, è probabile che Brown abbia peccato di approssimazione, e non per eccesso ma per difetto.

James Brown non è solo il padrino del Soul e della musica “nera” ma bensì il padrino di buona parte della musica dalla fine degli anni ‘70 in poi, dalla disco all’hip-hop, dalla house all’elettronica.
Nella loro prospettiva tipicamente americanocentrica i celebratori e biografi statunitensi hanno limitato la loro visione alle forme che dominano cultura e classifica del proprio continente.
The Godfather: the Very Best of James BrownAlla lista di generi ed autori che compaiono nelle celebrazioni dell’influenza del “Sacerdote del Super Heavy Funk”, bisogna invece aggiungere, come facevamo già notare qui su MusicBlob, quel cosmo sfaccettato e freschissimo composto da “bedroom rockers”, dalla “house music”, dai deejay nei club, dai contaminatori in quel di Bristol e dintorni e dai manipolatori e “fantini” di suoni e generi in studi e su palchi sparsi nel globo. Dagli anni ‘80 in poi, anche grazie alla tecnologia dei campionatori, non solo gli americani ma anche gli inglesi e in parte anche il resto degli europei e gli asiatici hanno fatto tesoro della ricerca spasmodica del “groove” da parte di Brown che, come sottolinea il critico Robert Palmer, ha elevato il ruolo della ritmica a cuore del brano e ha “cominciato a trattare ogni strumento e voce come se fosse una batteria”.
Dai fiati usati in maniera percussiva vengono gli “stab” degli ultimi vent’anni e le vocine ed interiezioni che popolano tante tracce da ballare si rifanno alla conduzione/incitamento/interazione della voce di Brown. I suoi urli, urletti, espressioni e frasi fatte (due su tutte “Ain’t it funky now” e “Get Funky”) le ritroviamo da Prince ai Public Enemy passando per Neneh Cherry e i KLF.

The Payback: the Godfather of SoulLa ricerca sulla voce e sugli strumenti ed elementi melodici ed armonici per il “Padrino del Soul” ed i suoi collaboratori è però solo una parte del Sacro Graal inseguito nel corso dei decenni e che punta a trovare il “perfect beat”, la ritmica perfetta. E se non si è raggiunto il Graal si è comunque arrivati molto vicino. La migliore dimostrazione è come le scelte ritmiche dei produttori e manipolatori degli ultimi decenni al di qua e di là dell’oceano siano spesso volentieri ricadute su due classici. Se uno è l’“Amen Break” dei Winstons, l’altro è il “Funky Drummer”, dietro cui c’è un brano omonimo e sopratutto un giro di batteria che fu eseguito da Clyde Stubblefield in una storica improvvisazione di cui James Brown era stato l’attento demiurgo.

Quindi non solo soul, funk, R n’ B, disco, pop, rock, hip-hop (e sottogeneri, gangsta rap incluso), urban ma anche dance, jungle, house, elettronica, trip-hop ed infinite variazioni di forme musicali che richiamano, omaggiano, rimasticano e talvolta digeriscono, ma comunque fanno frequentemente riferimento ai ritmi e conquiste sonore della musica afroamericana di cui Brown è uno degli indiscussi maestri.

E’ una grande e ricca eredità quella che ci rimane e il modo migliore per ricordare e salutare James Brown è con un “Thank You, Mr. Brown!”, magari proprio mentre si ascolta uno dei suoi dischi.

  1. Aggiungo aolo che alla luce di quanto sopra appare ancora più squallido quel che sta accadendo in queste ore in USA: il corpo di James Brown attende ancora una sepoltura mentre gli eredi litigano tra loro (l’ultima compagna dell’artista non puo’ entrare in casa, il legale di Brown ha praticamente messo i sigilli all’edificio ed al suo contenuto e – particolare tristissimo – la bara sigillata di Brown giace nella casa stessa, in una stanza tenuta a temperatura costante, sorvegliata da guardie…).

  2. Antonio

    La ripetitività, quella ripetitività che allo stesso tempo ti blocca e ti libera. Questo è il grande paradosso del Padrino del Soul, quel sound in grado chiuderti in 4quarti per 10 minuti di fila senza mai annoiare, anzi, accendendoti le lampadine, i nervi, e capisci che in quel momento non vorresti essere da nessun altra parte, solo tu, la sua musica, e possibilmente una superficie sulla quale battere a tempo con mani e piedi. D’altronde questo si chiama Groove.. e l’ha inventato James Brown.

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