La pratica del remix e i diritti del remixer:
2/5 Due casi: Jean-Paul Gaultier e Suzanne Vega
Articolo di Nicola BattistaTematiche: copyright, dj culture, saggi, sampling
(segue dalla Parte 1)
Per arrivare a trovare nella cosiddetta musica pop occidentale un lavoro simile a quello di Rupie Edwards del 1974, bisognerà arrivare al 1989 con l’album Aow Tou Dou Zat[1], firmato dallo stilista Jean Paul Gaultier e contenente lo stesso brano (realizzato con frammenti di un’intervista allo stilista francese) in numerose versioni realizzate da diversi remixer; o ancora meglio – per citare un esempio di lavoro più noto al pubblico – Tom’s Album[2], compilato da Suzanne Vega come raccolta di numerose “variazioni sul tema” (non necessariamente remix) del brano Tom’s Diner realizzate da artisti di diversi paesi del mondo, in alcuni casi solo per sfruttare l’onda del successo della versione remix ufficiale; in altri casi come versioni nate in maniera spontanea e senza alcun intento speculativo.
Osservando i credits del primo lavoro – in realtà opera del produttore Tony Mansfield, che figura come “coautore” assieme allo stesso Gaultier – si notano alcune interessanti incongruenze; se il tutto appare sicuramente meno “disordinato” delle indicazioni presenti sul disco di Edwards, saltano all’occhio un paio di eccezioni: in un mare di versioni firmate Gaultier/Mansfield (anche se i veri manipolatori/realizzatori di quelle versioni si chiamano Norman Cook, Mark Saunders, J.J. Jeczalik degli Art of Noise, Dave Dorrell & CJ Mackintosh – i due dj dei M/A/R/R/S, Curtis Mantronik, The Sleepers, il trio Morton/Sherman/Bellucci, Latin Rascals, Djamel Ben-Yelles e altri ancora), spiccano due versioni con credits differenti: Raï it è firmata Gaultier/Ben Yelles e How to mix that Gaultier/The Sleepers. Forse questi signori hanno contribuito così tanto alle loro versioni da aver rimosso del tutto il contributo di Mansfield[3] ed essersi meritati un onore – morale ed economico – negato ad altri, tra i quali ci sono alcuni nomi di personaggi innegabilmente capaci di realizzare versioni altrettanto creative dal punto di vista compositivo?
O non si tratta invece solo di accordi economici? Tizio è stato compensato a forfait per il proprio lavoro di produttore, Caio (anche, o solo) in percentuale sui guadagni del brano? Al momento non ci è dato saperlo, anche se la concessione di quote di diritti d’autore come “pagamento” per una prestazione non sarebbe una novità nel mondo della discografia e delle edizioni musicali.
Esiste una terza ipotesi, che in questa sede preferiamo lasciare tale: erano stati forse inclusi in queste versioni frammenti di opere preesistenti, a loro volta coperti dal diritto d’autore e depositati a nome di qualcuno?
La novità di Tom’s Album è invece innanzitutto il fatto di non essere un prodotto costruito in studio e su commissione come il disco di Gaultier: persone di diversi paesi del mondo, per i motivi più disparati, avevano ricreato il brano di Suzanne Vega in stili e modi diversi.
La cantante scrive nelle note di copertina:
Una canzoncina che parla del fare colazione è diventata una canzone che parla di una gravidanza accidentale (Daddy’s Little Girl – Nikki D.) e della recente guerra del Golfo[4] (Waiting at the Border). Una versione incorpora frammenti dimenticati di cultura pop (Jeannie’s Diner).
E se alcune di queste “opere derivate” sono rifacimenti, cover o addirittura parodie dell’originale, in molte di esse la base, ed il ritornello sono presi di peso dalla versione dei DNA, a sua volta un bootleg legalizzato (!) dell’originale traccia vocale priva di base. Continua Suzanne Vega:
Due intraprendenti giovani inglesi che si facevano chiamare DNA campionarono la canzone da Solitude Standing, aggiunsero una base dance e pubblicarono il tutto come un bootleg dal titolo Oh Suzanne. Nel giro di tre giorni la casa discografica li aveva scoperti e bloccati. “E adesso che ne facciamo?”, mi chiesero. “Facciamolo uscire come singolo”, dissi io, e così fecero.
Esaminando i credits si nota una discreta precisione: gli autori delle liriche aggiuntive sono normalmente elencati, come pure i nomi dei coeditori del nuovo materiale.
Non manca neppure la menzione di una sorta di medley con il tema di I dream of Jeannie di Buddy Kaye e Hugo Montenegro e il nome di Michael Stipe dei R.E.M. come coautore dell’assurda Tom’s ? firmata dagli altrettanto improbabili Bingo Hand Job; per confondere ulteriormente le idee, per la concessione di questa particolare versione si ringraziano Warner Bros Records, i R.E.M., Billy Bragg, Elektra Records e Peter Holsapple.
Si rileva poi l’incongruenza che vede ben due versioni hip-hop, una con i credits “aggiornati” (Daddy’s Little Girl di Nikki D.) e l’altra attribuita alla sola Suzanne Vega (Tom’s Diner Rap degli After One) – ma l’incongruenza è solo parziale, visto che la seconda versione si limita a presentare la base dei DNA con una voce maschile che arrangia il testo originale in versione rap con lievi modifiche dettate più da mere questioni di ritmo che da una reale volontà innovatrice; mentre la prima oltre ad aggiungere elementi musicali estranei alla base ritmica dei DNA, cambia totalmente il contesto del brano.
Qualcuno è stato davvero a soppesare il valore dei nuovi contributi e a meditare quanto “concedere” in termini di quote? O non si è forse più realisticamente trattato di una scelta fatta a monte dai produttori delle opere derivate?
Ma a ben vedere mancano un paio di nomi: quelli dei produttori della base ritmica senza la quale né il singolo remixato né questo curioso album ibrido sarebbero mai nati.
Va ricordato che i DNA avevano originariamente pubblicato la loro versione come disco pirata: in un contesto del genere molto probabilmente i due non pensarono affatto a diritti d’autore sulla base ritmica ed è facile immaginare che quando la loro prospettiva mutò radicalmente grazie all’intervento di Suzanne Vega che autorizzava la legalizzazione del prodotto delle loro fatiche, i due pensarono solo a tirare un sospiro di sollievo per aver evitato ulteriori grane legali da parte dell’etichetta discografica A&M.
(2 – Continua)
[1] Jean Paul Gaultier, Aow Tou Dou Zat (CD), Mercury/Polygram, New York, 1989.
[2] Artisti Vari, Tom’s Album (CD), A&M Records, Hollywood, 1991.
[3] Peraltro autore con Gaultier anche delle versioni presenti nel singolo 12″ in vinile How to do that, pubblicato da Mercury/Phonogram nel 1989. Due di queste tre versioni non sono presenti nell’album.
[4] Il riferimento delle note è ovviamente alla prima guerra del Golfo, trattandosi di una publicazione del 1991.



Commenti a “La pratica del remix e i diritti del remixer:
2/5 Due casi: Jean-Paul Gaultier e Suzanne Vega”