La pratica del remix e i diritti del remixer:
1/5 L’origine del remix: dubbing, versioning e un signore di nome Rupie Edwards

Articolo di Nicola Battista
Tematiche: copyright,dj culture,saggi,sampling

Il termine remix è in uso nel mondo della musica ormai da alcuni decenni; pochi sanno come si è originato il fenomeno e troppo spesso non si considerano le implicazioni artistiche – e non necessariamente commerciali – insite in questo tipo di pratica.

Il musicista e musicologo David Toop situa la nascita della cultura del remix in Giamaica e narra di un episodio ben preciso:

Nel 1974 Rupie Edwards, produttore di celebri artisti giamaicani quali I Roy, The Ethiopians e Gregory Isaacs, è stato il primo a mettere insieme un intero album di versioni remix: in Yamaha Skank vi erano dodici diverse versioni ritmiche di una canzone intitolata My Conversation. Sebbene questi non fossero dub, avevano origine dall’idea del doppiaggio di un pezzo, elaborando e rielaborando i suoi “arnesi del suono” come se la musica fosse creta da modellare e non la proprietà di un copyright. [1]

Ma già da tempo con la tecnica del dubbing i produttori giamaicani si divertivano a manipolare e dilatare i brani musicali, rimuovendo le voci e facendo entrare e uscire gli strumenti in fase di missaggio:

Quando si doppia, o dub, si replica, si reinventa, da una versione se ne fanno molte. Non esiste niente come un mix originale, poiché la musica memorizzata su un nastro multitraccia, su floppy o hard disk è una raccolta di bit. La composizione è stata già decomposta dalla tecnologia. Il dubbing, al suo meglio, prende ogni singolo bit e gli infonde nuova vita, trasformando un ordine razionale di sequenze musicali in un oceano di sensazioni. Questa rivoluzione musicale ha avuto origine in Giamaica, e precisamente dal minuscolo studio di registrazione una volta frequentato da Osbourne Ruddock, alias King Tubby, a Kingston. [2]

Let There Be Version

Il lavoro di Edwards, ristampato su cd nel 2000 dalla Trojan con il titolo Let there be version [3] è spiazzante: se l’ascoltatore occasionale e non appassionato del genere potrà trovare noioso e addirittura sterile l’esercizio produttivo, chi sia interessato alla storia del remix si troverà davanti a un pezzo archeologico tanto curioso quanto imprescindibile. Esaminando i credits del disco si noterà una sorta di “disordine” relativo agli autori: il brano originale My Conversation, eseguito da Slim Smith & The Uniques è attributo a K.Smith e nello spazio riservato all’indicazione dell’editore c’è la classica dicitura Copyright Control, che indica l’assenza di un editore o altre situazioni incerte (come ad esempio un autore non iscritto o probabilmente tutelato da altra società, o un brano zeppo di campionamenti, i cui diritti vengono trattenuti dalla società inglese MCPS in attesa di capirci qualcosa). Ma i brani successivi non riportano alcuna menzione del nominativo del signor Smith, che scompare a favore dello stesso Rupie Edwards, autore di alcune delle versioni ed editore di tutte le opere derivate (ma non dell’originale). Nelle note che accompagnano la riedizione si racconta della genesi del disco e della pratica del versioning: Edwards prese a prestito una produzione di Edward “Striker” Lee, meglio noto come Bunny Lee, a sua volta maestro del versioning.
Piccola precisazione: con il termine “version” o meglio “DeeJay version” si indicava una versione strumentale del brano arricchita in seguito dal parlato o comunque da frammenti vocali forniti da un DJ che in realtà nel gergo giamaicano non sta ad indicare il manipolatore di dischi, ma il “toaster”, la figura che nella cultura hip-hop equivale all’MC (mentre il deejay vero e proprio in Giamaica si chiamava “selector”). Per cui molti dischi cominciarono ad avere un lato B strumentale ad uso dei creatori di queste “version”.
Il particolare inquietante che emerge dalla lettura delle note al cd di Rupie Edwards è che viene rivelata l’esistenza di ulteriori versioni: nonostante i curatori della ristampa abbiano aggiunto tre brani all’album originale, tante erano le opere derivate dalla vecchia base di Lee, che si era reso necessario operare una selezione in fase di ristampa.

(1 – Continua)

Note:
[1] David Toop, Ocean of Sound: Aether Talk, Ambient Sound and Imaginary Worlds, Virgin 1995;
edizione italiana: Oceano di Suono – Discorsi eterei, ambient sound e mondi immaginari, Costa & Nolan/Editori Associati, Ancona-Milano, 1999, trad.Lino Belleggia, p.139.
[2] David Toop, Oceano di Suono, p.137.
[3] Rupie Edwards & Friends, Let there be version (CD), Trojan Records, Londra, 2000.
Per approfondire gli argomenti dub e versioning:
en.wikipedia.org/wiki/Dub_music

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1/5 L’origine del remix: dubbing, versioning e un signore di nome Rupie Edwards”



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