Il sistema dei “Publicity Rights” negli Stati Uniti, ovvero: 2009, battaglia per il nome di Buddy Holly
Articolo di Nicola BattistaTematiche: copyright, news, personaggi, saggi
L’America è uno strano posto. Un posto che da un lato appare come una potenza che si muove in maniera unitaria e dall’altra, se passi il confine tra uno stato e l’altro, scopri che leggi e regolamenti possono differire anche in maniera notevole. Le cose più disparate, dall’applicazione della pena di morte a norme in tema di comportamenti sessuali possono avere trattamenti ben diversi a seconda del posto in cui ci si trova all’interno di quella che dovrebbe essere una nazione, ma che comunque rimane una federazione di stati. E sono spesso gli Stati a regolare queste cose, non il Governo Federale.
Non sfuggono a questa “non-regola”, tra l’altro, anche alcune norme relative al copyright sui master discografici. Per dirla tutta, prima del 1972 nemmeno esisteva il copyright sulle registrazioni musicali, a livello federale.
Una delle aree più incerte del diritto statunitense è quella legata ai personality rights (o publicity rights) e ai privacy rights. Si può dire che i publicity rights – che includono tra l’altro il nome, l’aspetto fisico e l’immagine, la firma e la voce di qualcuno – sono legati ai privacy rights.
E’ il motivo per cui qualora andaste a riprodurre una fotografia di un personaggio famoso, stampare una maglietta con una sua immagine, produrre un vino o un profumo con il suo nome o utilizzare anche vecchie riprese di un personaggio defunto da alcuni decenni in uno spot pubblicitario probabilmente dovreste quantomeno chiedere un permesso agli aventi diritto e quasi sicuramente sborsare una bella somma.
Su questa attività c’è anche chi ha costruito un business corposo ed articolato: agenzie come CMG Worldwide, che rappresenta personaggi viventi come Bettie Page e Chuck Berry, ma anche eredi di celebrità come Marlon Brando, James Dean, Marilyn Monroe, Ava Gardner e Anna Nicole Smith. L’agenzia più importante del settore era però The Roger Richman Agency, oggi di proprietà di Corbis, il cui fondatore e proprietario è nientemeno che il patron della Microsoft: Bill Gates.
19 stati americani su 50 hanno una qualche normativa in materia; lo stato con la legislazione più avanzata e il maggior numero di controversie in questo ambito è probabilmente la California, grazie alla presenza dell’industria hollywoodiana dello spettacolo.
Inizialmente, per i publicity rights non era considerata la possibilità di trasmissione agli eredi: nello storico caso Lugosi v. Universal Pictures, apertosi nel 1966 e conclusosi oltre un decennio dopo, gli eredi dell’attore Bela Lugosi lamentavano l’utilizzo da parte di Universal Pictures dell’immagine del noto attore in tutta una serie di prodotti su licenza. L’icona del Conte Dracula interpretata da Lugosi era stata utilizzata in molti modi e sicuramente doveva aver fruttato somme interessanti alla casa cinematografica. Dopo diversi anni, inizialmente gli eredi ottennero la vittoria e un risarcimento di 70.000 dollari. Solo per vedere, dopo poco tempo, la decisione capovolta dalla Corte Suprema della California, che stabiliva così che questo tipo di diritti non passavano agli eredi ma si estinguevano alla morte del titolare.
Nel 1985 questa situazione fu modificata dal Celebrities Rights Act, sempre limitato alla California, che ha introdotto la trasmissibilità agli eredi per 50 anni dopo la morte. La materia compare inizialmente nella Sezione 990 del Codice Civile californiano; altra modifica importante è il cosiddetto Astaire Celebrity Image Protection Act (Sezione 3344.1 del California Civil Code, che rimpiazza la Sezione 990), approvato nel corso del 1999 e scaturito da una vicenda legata agli eredi di Fred Astaire (!). Questo provvedimento ha anche esteso il termine a 70 anni dopo la morte della celebrità (notare la somiglianza non casuale con i termini utilizzati per il diritto d’autore). Curiosità: coautore del testo del Celebrities Rights Act è Roger Richman, fondatore dell’omonima agenzia di cui abbiamo parlato poco fa (quando si dice “conflitto di interessi”…?).
Tutto questo introduce la nostra storia: Buddy Holly, texano di Lubbock, faceva musica dal 1949 alla tenera età di 13 anni; ma solo dal 1955 – dopo aver assistito a un concerto di Elvis Presley – la sua vita e la sua musica avevano preso una direzione diversa. Il successo di Holly – la cui opera avrebbe ispirato artisti come i Beatles – fu enorme ma anche, come è noto, purtroppo di breve durata.
La sua folgorante carriera fu interrotta da un tragico schianto in aereo la notte tra il 2 e il 3 febbraio 1959.
Con lui morivano il pilota del piccolo velivolo e altri due miti del rock’n'roll: Ritchie Valens e Jiles Perry Richardson, meglio noto come The Big Bopper (”The day the music died“, avrebbe detto poi un certo Don McLean cantando di quel giorno).
Nel caso di Holly, la legge da applicare è il Texas Property Code, la cui Sezione 26 tratta “L’utilizzo del nome, della voce, della firma, della fotografia o dell’aspetto fisico di un individuo deceduto“.
Innanzitutto una curiosità: non si fa menzione dei diritti dello stesso tipo in mano a un individuo vivente (forse la norma era stata preparata proprio per favorire gli eredi di qualche celebrità? Lo scopriremo a breve…); ciò detto, questi diritti hanno una durata di cinquanta anni.
Quando la norma fu scritta, evidentemente si pensò che in un caso come quello di Buddy Holly cinquant’anni sarebbero stati più che sufficienti per compensare la vedova o gli eventuali figli, per esempio. Chissà, dato il lungo lasso di tempo, forse persino qualcuno degli eredi sarebbe morto nel frattempo.
Mentre i diritti discografici dei brani incisi da Buddy Holly sono in parte già scaduti in territori come Europa ed Asia (ma non negli Stati Uniti!) e in questi territori al massimo il 1° gennaio 2010 anche il resto della discografia, compiuto il cinquantesimo anno, finirà nel pubblico dominio (almeno per quanto riguarda i diritti sul master), la vedova di Holly, Maria Elena Santiago, di origine portoricana, è invece viva e vegeta – d’altra parte Holly morì giovanissimo e la moglie aveva solo 24 anni quando lui scomparve tragicamente – e decisa a combattere per protrarre quelli che ritiene dei propri sacrosanti diritti anche oltre la data naturale di scadenza – ormai prossima – del 2009.
La città di Lubbock però è di altro avviso: la comunità ha interesse a utilizzare a fini turistici e culturali la propria icona locale, per un Buddy Holly Music Festival, la Buddy Holly Walk of Fame e altre iniziative.
Secondo un articolo di William Kerns apparso il 29 luglio 2007 sul sito Lubbock Online, Maria pensa di invocare il copyright su nome, voce, aspetto e immagine di Buddy.
Il legale Charles Chambers commenta così: “Un nome, nello schema federale sul copyright, non è tutelabile dal copyright. Come non lo è un titolo di una canzone o di un libro. Il solo nome Buddy Holly non può essere protetto dal copyright, secondo la mia opinione”.
In attesa di capire come andrà a finire va segnalato un fatto: sempre leggendo l’articolo di cui sopra, si apprende che esiste un “Buddy Holly Bill”, inserito nel codice texano sulla proprietà nel 1987. La legge parla del coniuge superstite che – in mancanza di figli – eredita i personality rights. Nulla spetta ad altri potenziali eredi quali genitori o fratelli del defunto.
La strana norma della Sezione 26 del codice texano di cui dicevamo sopra, quella che tutela i morti ma non i vivi, era stata quindi fatta apposta per il caso di Holly: anzi, su misura per Maria.





![Buddy Holly - The Music Of Buddy Holly And The Crickets [2007]](http://ec1.images-amazon.com/images/I/51BTHDS0G5L.jpg)
Commenti a “Il sistema dei “Publicity Rights” negli Stati Uniti, ovvero: 2009, battaglia per il nome di Buddy Holly”