Lo scherzo di Reznor

NIN - Strobe Light homeIl primo aprile 2009 Trent Reznor si è divertito annunciando l’uscita di un fantomatico nuovo disco dei Nine Inch Nails, Strobe Light, solo a pagamento, pieno di Drm e infarcito di ridicole collaborazioni musicali.

Se però diamo un’occhiata al calendario noteremo che è praticamente da due anni che Reznor si sta beffando di tutto il sistema del mercato musicale e delle dubbie pratiche di etichette multinazionali e molti distributori digitali.

Nel lontano maggio 2007 aveva ammesso di essere un utente del sito Oink ma soprattutto si era scagliato contro le speculazioni della major che pubblicava i suoi dischi, la Universal. Pochi mesi dopo, a settembre aveva incoraggiato i suoi fan, prima in Cina e poi in Australia, a rubare la sua musica e nell’ottobre dello stesso anno si è liberato dalle major discografiche. E in totale indipendenza da quest’ultime è ormai da più di un anno che produce, pubblicizza, diffonde e vende (tanta) musica.

Davvero niente male come scherzo, no?

Sound bytes: “James Brown”

Nel caso di James Brown scegliere una frase memorabile è davvero difficile: c’è l’imbarazzo della scelta visto che stiamo parlando di un cantante campionato e citatissimo. Andiamo perciò sul sicuro e scegliamo la (lunga) routine di presentazione al pubblico che precedeva la salita sul palco di Brown, per tre decenni recitata dal fido MC (Master of Celebration) Danny Ray.

Le definizioni e i soprannomi affibiatigli sono tanti, tantissimi, quasi quanti i suoi meriti musicali:
“Godfather of Soul”
“Soul Brother Number One”
“Mr Dynamite”
“Mr. Please Please Please Please Her”
“Sex Machine”
“Minister of the New New Super Heavy Funk”
“The Boss”
“Hardest Working Man in Show Business”
che c’è quasi l’imbarazzo della scelta.

Perché non usarli tutti come per il concerto che precedette il match Foreman/Ali del 1974 a Kinshasa (Zaire)?

Gli estratti dei video sono tratti da YouTube e realizzati tramite Splicd.

Sound bytes: “Kick out the jams, motherfuckers!”

“Kick out the jams, motherfuckers!” è la presentazione ed al tempo stesso il grido di guerra del brano e disco omonimo del 1969 dei Motor City 5, meglio noti come MC5.

Un grido volgare (e perciò talvolta censurato) ma liberatorio e galvanizzante al tempo stesso, come dovrebbe essere il buon rock.

Questo grido di guerra è stato ripreso nel corso degli anni da tantissimi musicisti che lo hanno fatto loro con cover su dischi e dal vivo, incluso l’urlo iniziale: Blue Oyster Cult, Mudhoney e Pearl Jam, Rage Against The Machine, Henry Rollins con i Bad Brains, Silverchair, Jeff Buckley, Presidents of The United States of America, Entombed, Primal Scream, Monster Magnet e persino Africa Bambaataa.

E nonostante siano passati più di quarant’anni (la registrazione originale è del ‘68) può succedere ancora di sentire un vigoroso “Kick out the jams, motherfuckers!” dagli MC5 sopravvissuti (qui con alla voce Ian Asbury dei Cult).

Gli estratti dei video sono tratti da YouTube e realizzati tramite Splicd.

Lady Wallace Sings – and kills the traditional music industry

Full discloure, folks: my opinion on her may be biased. I don’t find myself too often writing about a good friend and also someone I am collaborating with on a few music projects in these terms. But there are some good reasons for my online friend and IMVU avatar Lady Wallace to be featured in the news.


Lady Wallace – "Goodbye (Acoustic Version)"Watch the top videos of the week here

Lady Wallace (real name Mary Elizabeth Wallace) joined IMVU.com less than two years ago. She wanted to see if that could be of some use to promote her music, just like her MySpace page. A road many other people have taken (me included ;)) since the Internet gave people a chance to express themselves in music and many other fields.

Her first effort happened to be a music track accompained by a 3d video filmed within the virtual world of IMVU (www.imvu.com), which may be defined as a cross between Second Life or something similar to that, and an instant messaging system. You basically chat in public or private rooms with online friends and everyone is represented by a 3d avatar. MSN Messenger made into a videogame, if you prefer.

Just as in Second Life, independent “developers” create objects for your avatars and your IMVU page: and copyright for these objects stays with their creators, not IMVU Inc. The company lives mostly selling “credits” (just like Linden Labs have their own virtual currency) and those can be used to purchase stuff.

Music soon became an important part of the IMVU scene but 90% of that wouldn’t have been approved by the music industry. It was bits or entire tracks ripped out of cds and then converted to a format suitable for IMVU: avatars would “wear” visible (or invisible) objects containing the tracks and play those for their friends, maybe enjoying dancing in a club that exists only in cyberspace.
The music industry didn’t notice that – IMVU was probably still marginal and well, these days the big labels are pretty much busy with other problems.

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Sound bytes: “Elvis has left the building”

Quello che segue è il primo di una serie di interventi dedicati alle frasi memorabili dette sui palchi da cantanti, musicisti e presentatori. Con un mix di testo, audio e filmati recupereremo e ricostruiremo affermazioni e “uscite” significative e in alcuni casi entrate nella storia della musica e persino nella cultura popolare.

Non potevamo che “dare il la” con il celeberrimo avviso pronunciato al termine di una performance di Elvis Aaron Presley nel lontano 15 dicembre del 1956: “Elvis has left the building”.

A dire queste parole fu Frank Page, dj della radio KWKH e presentatore della serata musicale “Louisiana Hayride” organizzata dall’emittente allo Youth Building. Qui Elvis rappresentò la punta assoluta tant’è che il pubblico continuava ad acclamarlo un po’ istericamente e non pareva minimamente intenzionato a calmarsi.

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Dichiarazioni compromettenti

Sulla falsariga dello speciale sulla “Fuga dalle major (discografiche)” ecco di seguito una lista di dichiarazioni potenzialmente imbarazzanti proferite negli ultimi mesi da noti musicisti ed autori nonché operatori del “business” discografico.

Nota: le dichiarazioni di seguito sono state tradotte dagli originali in inglese, che potete leggere nel testo pubblicato qualche giorno fa.

Quando: 08/08/2008
Edgar Bronfman (Warner Music Chief Executive): Music Video Games Must Pay More
Dettagli:
[Riferendosi all’utilizzo di musica in giochi come Rock Band e Guitar Hero] “Le somme pagate all’industria musicale, anche se quei giochi sono interamente basati sui contenuti da noi posseduti e controllati, sono sin troppo piccole”
Fonte: Billboard

Quando: 18/06/2008
Gene Simmons (Kiss): I fan hanno ucciso l’industria discografica
Dettagli:
“L’industria discografica è morta [...] È morta e sepolta e purtroppo sono stati i fan. Hanno deciso di scaricare e di fare filesharing.”
Simmons ha inoltre criticato i Radiohead e promesso che i Kiss non avrebbero agito allo stesso modo.
Fonte: Digital Music News

Quando: 13/06/2008
Joss Stone: La pirateria è fantastica. La musica va condivisa. L’unica parte che non sopporto è il business.
Dettagli:
Alla domanda di un reporter su cosa pensasse della pirateria e delle persone che scaricano le sue canzoni da Internet la sua risposta è stata: “Penso sia una gran cosa…” [...] “Sì, mi piace. Penso sia fantastica e ti dirò anche perché,” [...]“La musica va condivisa [...] L’unica parte che non sopporto della musica è il business che ci gira attorno. Se la musica fosse gratuita, llora non ci sarebbe business, solo musica. Quindi, sì mi piace e penso che dovremmo condividere.”
“Per me è ok, se una persona compra non vedo problemi se copia e condivide con gli amici, non mi importa. Non mi importa come la sentono ma solo che la sentano. Poi finché vengono al concerto e si divertono ascoltando lo show dal vivo per me va bene. Non mi importa. Sono felice che la ascoltino.”
Fonte: Todo noticias

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Un piccolo dettaglio chiamato The Null Corporation

Tutti parlano dei lavori rilasciati dai Nine Inch Nails dopo la “fuga dalla major”, ma c’è un piccolo dettaglio rimasto sinora in ombra.
Si chiama “The Null Corporation” ed è la nuova etichetta discografica a cui appartengono le uscite di Trent Reznor in questi mesi del 2008, è citata anche sul canale YouTube della band.

Le uscite ufficiali dell’etichetta, il cui nome rientra nella tradizione minimal-nichilista di Reznor, sono i due lavori “Ghosts I-IV” e “The Slip” nonché il brano che anticipato quest’ultimo, “Discipline”, primo singolo “libero” in assoluto.

La voce di Wikipedia precisa che The Null Corporation rilascia dischi sono solo in forma digitale e che l’etichetta

non opera nello stile delle case discografiche tradizionali e che si accorda con altre compagnie per la creazione di copie fisiche

il che chiarisce come siano state effettivamente prodotte e gestite le versioni in CD e vinile di Ghosts “I-IV” e lo saranno quelle di “The Slip”.

Sempre Wikipedia fa notare The Null Corporation

può essere considerata un’etichetta “di rappresentanza” anche se è gestita interamente dall’artista e non appartiene ad una corporazione

con chiaro riferimento alla precedente Nothing Records, divisione di facciata, ma con i dischi che venivano pubblicati dalla Interscope, del gruppo Universal: un altro piccolo e significativo dettaglio della nuova libertà di Reznor.

Foto tratta dall’account ufficiale su Flickr dei Nine Inch Nails

Mia figlia vuole sposare uno dei Lùnapop. Ovvero: una piccola grande lezione di critica musicale

Questa non è una recensione, così come “Mia figlia vuole sposare uno dei Lùnapop (non importa quale)” di Roberto “Freak” Antoni non è un instant book o tantomeno un libro comico.
Il testo, scoperto grazie ad una illuminata biblioteca, è piuttosto un’analisi della poetica e della produzione della band bolognese dei Lùnapop e del loro successo commerciale in una prospettiva squisitamente diacronica.

copertina Mia figlia vuole sposare uno dei Lunapop “Mia figlia vuole sposare uno dei Lùnapop” offre al lettore un menù ricco e variegato che va ben al di là dei prevedibili aspetti umoristici o di lieve polemica con quello che è stato il fenomeno pop a cavallo del 2000.

Il leader degli Skiantos sfrutta infatti la scusa dei Lùnapop e di una figlia adolescente e fan della band per dipingere un quadro a tutto tondo sì del gruppo capitanato da Cesare Cremonini con atteggiamento estremamente aperto e smaliziato: nelle 170 pagine si trova una disamina a tutto tondo di musica, parole, immagine, strategie del gruppo e accenni anche all’humus cittadino e culturale da cui proviene senza disdegnare persino parallelismi (nemmeno troppo azzardati) della rivelazione commerciale in oggetto con le “boy band” degli anni ‘60, Beatles e Stones e degli anni ‘80, Duran Duran e Spandau Ballet.

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