Anthony James: on singing Den Harrow’s “Lies”

Facebook and the Internet can be two amazing tools.
A few days ago – thanks to a lead posted in a Facebook forum (thanks Corrado!) – I was able to reach Anthony James, the vocalist that sung on the album “Lies” credited to Den Harrow, in 1988.

Anthony is still in the music business and now runs a “Production music” company called Music Candy, in the USA. His role is CEO and Creative Director.
He was surprised to receive my message asking him about the Den Harrow project, despite it wasn’t the first time that someone in recent years contacted him on that.

Here’s his part of the long lasting (and fascinating) Den Harrow saga.

Anthony’s adventure in the music industry began with UK radios, in mid ’80s at Chiltern Radio in Dunstable (England): “that was where I was working at the time producing promo’s and commercials. It was my first job out of school so I was doing very well at only 17 years old. I think it was around August 1986 that I moved from London to live in Milan, Italy“.

A friend who was from USA and lived in UK had just moved to Milan and – continues Anthony – he

got a job with Claudio Cecchetto at Radio Deejay working on the new station called “Radio Capital” alongside Albertino and other DJ’s. Radio Deejay was in the same building, in fact right next to the Radio Capital studio. The programme director of the two stations offered me a job to produced jingles and promos etc, so it was great that after only being in Milan for 3 days, I had a good job.

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Thomas Barbèy, l’uomo che fu Den Harrow

Le ultime settimane hanno visto una curiosa polemica a distanza tra due nomi della “italo disco” e della scena musicale pop-dance degli anni ‘80: Tom Hooker e Den Harrow.
Tom, come è ormai noto da diversi anni, fu la voce di vari prodotti discografici targati Baby Records; oltre a quelli a proprio nome e ad alcuni altri lavori con altri nomi e progetti (tra le altre cose “Swiss Boy” di Lou Sern, o la partecipazione ad “Highway to Freedom” dei Fahrenheit 104) Tom fu soprattutto la voce di un personaggio di grande successo: Den Harrow.

Lasciata l’Italia e il mondo della musica negli anni ‘90, Hooker si trasferì in America dove tuttora vive e ha una famiglia. Si liberò di un cognome ingombrante (la parola Hooker a un certo punto è diventata nella lingua inglese sinonimo di “adescatrice”…) e con il nuovo nome di Thomas Barbèy si reinventò come artista, arrivando a divenire un quotato fotografo/manipolatore di immagini, con opere esposte in musei, calendari pubblicati annualmente e via dicendo.
In tutto questo, l’Italia e gli anni di Den Harrow/Tom Hooker si fecero gradualmente lontani dai pensieri di Tom.
Fino al giorno in cui scoprì Facebook. Se in questo sito Barbey ha più fan di Hooker (il nostro gestisce profili multipli…) va detto che creare una pagina con l’identità “Italo Disco ha fatto riscoprire tutto un mondo sommerso.
Un bel giorno, sempre via Facebook, arriva la richiesta d’amicizia di Den.

Harrow, inizialmente presentato come americano di Boston o forse italoamericano, accreditato su dischi e riviste talvolta sotto il nome “Manuel Carry“, è all’anagrafe Stefano Zandri da Nova Milanese.
Riapparso negli ultimi anni grazie ad apparizioni sinceramente evitabili in reality show trasmessi dalla Rai, Den (ormai nome che identifica il personaggio Zandri e non più il progetto originale, di fatto cessato nel 1990 anche se il personaggio continuò ad incidere ed esibirsi senza mai raggiungere il successo del decennio precedente) ha finito per avere nelle ultime settimane una curiosa faida via Facebook con l’uomo che gli diede letteralmente la voce per alcuni anni.

Senza stare a riportarne stralci (uno dei quali si vede peraltro in un video-conferenza stampa pubblicato oggi 25 ottobre 2010 da Tom Hooker e Miki Chieregato, uno dei produttori dell’epoca) basti dire che Den Harrow si è prima abbandonato a una serie di bugie piccole e grandi (avrebbe dichiarato addirittura di aver cantato lui nei brani di Tom e non il contrario…) e in seguito è giunto a lanciare una sorta di minaccia allo stesso Hooker. Il video apparso su YouTube e qui riportato è la risposta ufficiale di Hooker (e Chieregato) alla vicenda.

Va aggiunto che Harrow (che prima ancora di Tom Hooker aveva avuto le voci di Chuck Rolando dei Passengers e di Silvio “Silver” Pozzoli) in anni recenti ha inciso materiale con la propria voce, peraltro non altrettanto “potente” rispetto alle voci che originariamente si “nascondevano” dietro il progetto.

E che l’altro storico produttore del progetto Harrow (Roberto Turatti) pur essendo presente in Facebook e avendo assistito alla discussione tuttora in corso, che ha generato moltissimi post e divisioni tra i fan dell’uno e dell’altro personaggio, ha deciso di tenersene giustamente fuori, essendo rimasto in buoni rapporti con tutte e due le parti direttamente coinvolte…

Gli ultimi giorni di DJ Am

Adam Michael Goldstein, DJ AM, è il dj delle celebrità. Già fidanzato con Nicole Ritchie e poi Mandy Moore; amico di Paris Hilton, star dei club ma anche e soprattutto di feste private organizzate da nomi come Jim Carrey, Jennifer Lopez, Demi Moore, Leonardo DiCaprio. Ospite di lusso in dischi altrui, per nomi come Madonna e Will Smith.
Un passato oscuro: dall’infanzia fatta di abusi verbali da parte del padre (poi morto di AIDS) agli anni della droga, quando il giovane Goldstein tenta anche il suicidio con una pistola che per fortuna non funziona. “Miracolato” più volte: il mancato suicidio; il pieno recupero dalla tossicodipendenza. Infine, nel 2008, addirittura sopravvive a un grave incidente aereo.

Tra le sue collaborazioni, un set dal vivo con Travis Barker, batterista dei Blink 182: dj & batteria, un connubio quasi più unico che raro, sotto la sigla TRVSDJ-AM. Tra l’altro, anche Barker era un sopravvissuto dello stesso incidente aereo.

Un piccolo grande onore il 23 agosto 2009, quando si trova a effettuare il primo lancio a una partita dei New York Mets. Adam ne è onorato.

Il suo ultimo post Twitter è datato 25 agosto 2009. Del contenuto diremo dopo.

Nella notte tra il 27 e il 28 agosto, Goldstein manda un SMS ad amici. E’ l’una, ora di New York. La sera del 28 deve esibirsi. Non arriverà mai a destinazione.
Gli stessi amici preoccupati chiamano la Polizia newyorkese, che trova Goldstein sul letto privo di vita. Accanto a lui, dirà la stampa, “drug paraphernalia”: una pipa da crack, medicinali tipo Xanax. Sono le 5 e 20 del pomeriggio. DJ AM esce di scena nel modo più drammatico. Aveva 36 anni.

Goldstein era noto per essere stato “pulito” per oltre undici anni. Stava anche lavorando a un serial per MTV. Un reality sul recupero di giovani affetti da tossicoipendenze, prodotto da Gigantic TV, società specializzata in format per i network televisivi. In un annuncio del 29 giugno sul proprio sito, cercava persone tra i 18 e i 23 anni con problemi di dipendenze. Goldstein aveva di recente affermato di essersi ritrovato per le mani per la prima volta dopo tanti anni una pipa da crack proprio per le riprese del programma di cui sopra. Si era sentito come protetto da un angelo custode, per essere sopravvissuto al suo passato.

Il feed Twitter rimasto fermo al 25 agosto è ora sparito dal sito ufficiale www.djam.com. Le animazioni sulla home page continuano a muoversi come se nulla fosse.
Alla pagina del blog, l’ultimo post è ancora quello del casting, di fine giugno.

Per qualcuno la morte di Goldstein è un “giallo” estivo.

Nell’ultimo post su Twitter, quello del 25 agosto, Adam dice: “New york, new york. Big city of dreams, but everything in new york aint always what it seems“.
Forse mentiva prima di tutto a se stesso, sull’”essere pulito”. O forse no. Di certo, un sopravvissuto a un disastro aereo come minimo prende qualche pillola per combattere gli stati ansiosi. Chissà se AM sapeva che Xanax e simili sono un pericolo per chi è uscito da un passato di tossicodipendenza.

Forse, nella “città in cui le cose non sempre sono come sembrano”, quel suo “angelo custode” ha avuto un attimo di distrazione, e un tanto beffardo quanto crudele scherzo del destino si è portato via DJ AM.

Reviews: ReArz – “Spered”

Artist: ReArz
Title: Spered
Year: 2008
Label: Coop Breizh
More info: www.myspace.com/rearzgroup

Five tracks for a project with an international feel: strings, electronics, voices, guitar, accordion, sampling are just some of the elements used for a wonderful fusion that takes the best out of different traditions and looks to the future, in an original mix which cannot be easily compared to other material (apart maybe for Afro Celt Sound System, in “Stone Dance”).
Behind it there is the Arz Nevez project, a string quartet plus guitar, led by Breton Yves Ribis, from Lorient. And the meeting with Italians Maurizio Piazza (co-producer of the whole work with Ribis) and Dj Brahms (which adds sampling to “Stone Dance”). But also some other interesting guests: Bring’s of Monkey B – a French hip-hop combo, in “Utopie” – and world famous Nepalese sitar player Bijaya Vaidya (in “Battle of Gods”).
The only negative bit? The disc is just twenty-five minutes long. When will we see a full album?

Recensioni: ReArz – “Spered”

Artista: ReArz
Titolo: Spered
Anno: 2008
Etichetta: Coop Breizh
Riferimenti: www.myspace.com/rearzgroup

Cinque pezzi per un progetto di respiro internazionale: archi, elettronica, voci, chitarra, fisarmonica, sampling sono alcuni degli elementi usati per una splendida fusione che prende il meglio da diverse tradizioni e guarda al futuro, in un mix originale che non è agevole comparare ad altro materiale in circolazione (a parte forse gli Afro Celt Sound System, in “Stone Dance”).
Dietro c’è il progetto Arz Nevez, quartetto d’archi più chitarra, guidato dal bretone Yves Ribis, da Lorient. E l’incontro con gli italiani Maurizio Piazza (coproduttore del lavoro con Ribis) e Dj Brahms (che apporta campionamenti in “Stone Dance”). Ma anche con altri ospiti di lusso: Bring’s dei Monkey B – esponente dell’hip-hop d’oltralpe, in “Utopie” – e il sitar di Bijaya Vaidya, nepalese di fama internazionale (in “Battle of Gods”).
L’unica pecca? Il lavoro dura solo circa venticinque minuti. A quando un album completo?

A playlist for your Spotify: “Cyberpunk”

The present post marks a new MusicBlob feature: a playlist for Spotify users; Spotify is the streaming music juke-box in perfectly complaining with copyright laws.
While available in certain countries only as a “Premium” fee service, in some territories it is available as a “free” ad-supperted program.Science of the Gods

Our first playlist is called “Cyberpunk” and it mainly features electronica, including some well known tracks (Eat Static, a real jungle classic…) and some lesser known names (Spor) which still perfectly fit the theme.

Cyberpunk Nout Heretik brings a track whose title is identical to our playlist but the sound is more on the gabber side… while The Kilngonz represent (how do we define that?) …an ambient industrial!? ;) moment that goes on also in a track by Katharsis.

What has Billy Idol’s “Shock to the system” to do with all this?
It definitely fits, and not just because it comes from an album titled “Cyberpunk”, but also because Idol was the first among the big names – it was December 1998 – to act as a pioneer in the mp3 revolution. A guy who really “shocked the system”: a cyberpunk in his own right.

Spotify - playlist "Cyberpunk" by Nicola Battista

You can find the “Cyberpunk” playlist here:
http://open.spotify.com/user/djbatman/playlist/0sTZG82gQdNg2sdUTeSTOK

Playlist per Spotify: “Cyberpunk”

Inauguriamo una nuova iniziativa aperiodica di MusicBlob: una playlist per gli utenti di Spotify, il juke-box in streaming perfettamente in regola con diritti d’autore e connessi.
Per gli utenti italiani purtroppo è disponibile solo nella versione a pagamento, mentre in alcuni altri paesi è disponibile anche in versione “free” supportata dalla pubblicità. Science of the Gods

La prima playlist si intitola “Cyberpunk” ed è composta principalmente da pezzi elettronici, tra cui un paio conosciuti (Eat Static, un vero classico jungle…) e cose meno note ma perfettamente a tema (Spor).

Cyberpunk Nout Heretik apporta un altro pezzo il cui titolo è omonimo a quello della nostra playlist, ma il sound qui verte sul gabber… mentre The Kilngonz rappresentano un momento di (come definirlo?) …industrial d’ambiente!? ;) che prosegue in un altro brano firmato Katharsis.

Che c’entra in questo “Shock to the system” di Billy Idol?
C’entra, e non solo perché arriva da un album intitolato “Cyberpunk”, ma perché Idol fu forse il primo tra i primi grandi nomi – era il dicembre 1998 – a farsi alfiere della rivoluzione mp3. Un tipo che uno “shock al sistema” l’ha dato: cyberpunk di diritto, insomma.

Spotify - playlist "Cyberpunk" by Nicola Battista

Potete trovare la playlist “Cyberpunk” qui:
http://open.spotify.com/user/djbatman/playlist/0sTZG82gQdNg2sdUTeSTOK

“Can I Get An Amen?” – un saggio sull’estetica del sampling

“Can I Get An Amen?” è un’installazione audio realizzata da Nate Harrison nel 2004: oggetto di quest’opera, è la storia dell’Amen Break, probabilmente il campionamento di batteria più usato nella storia della musica e sicuramente uno dei più influenti e seminali.

nateharrisoncanigetanamenL’installazione e nello specifico la narrazione, diffusa online sul sito di Harrison e attraverso l’Internet Archive (ma la si trova anche su YouTube), nei suoi circa 17 minuti ripercorre in maniera sapiente la trasformazione di un oscuro assolo di batteria in un ingrediente chiave delle sperimentazioni musicali degli ultimi anni e riflette sui numerosi effetti del suo impiego.

È per questo motivo che abbiamo contattato Harrison e ottenuto l’autorizzazione per una traduzione in italiano di questo documento che si sposa perfettamente con il lavoro che MusicBlob sta facendo: ricostruire, analizzare e divulgare l’evoluzione della musica e l’influsso della tecnologia su di essa e in generale sulla cultura, sul diritto e sul mercato.

Ringraziamo Nate Harrison per l’entusiasmo dimostrato e per l’estrema disponibilità e offriamo una versione in lingua italiana che divulghiamo con la stessa licenza Creative Commons dell’opera originale, Attribution-NonCommercial-ShareAlike perché come si afferma nel saggio “l’innovazione all’interno di una cultura cresce quando il copyright è flessibile”.

Buona lettura.

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