Artisti indipendenti e “pirati” russi: il caso dei Bran Flakes

In cerca di maggiori informazioni sui siti russi di dubbia legalità che trattano musica in formato mp3 (ai quali il sottoscritto ha già dedicato tempo addietro un articolo nel blog di Mytech e una menzione in MusicBlob, ndr), ci siamo imbattuti tempo fa in Mp3cake.com/Mp3fiesta.com e in particolare in una pagina di questo sito dove, curiosamente, si pone in vendita un vecchio lavoro firmato The Bran Flakes, un eccezionale progetto di campionamento e saccheggio sonoro in – oggi rappresentato da Otis Fodder e Mildred Pitt – in circolazione dal 1994 grazie a Internet e prima ancora con cassette autoprodotte e distribuite.

Hey Won\'t Somebody Come and Play

Da ricordare che la controversia legata ai siti russi parte dalla particolare legge di quel paese, che consente una gestione collettiva dei diritti discografici, affidata a società vagamente simili alla nostra SIAE, ma non riconosciute dalle altre società internazionali.

L’assurdità è questa: non solo è strano trovare i Bran Flakes in un sito dedito a “piratare” lavori commerciali di artisti superpopolari, è doppiamente curioso che si sia scelto “I Remember When I Break Down“, apparso su cassetta nel 1996 e brevemente su CD-R (etichetta Ovenguard) nel 1998 e oggi disponibile – gratis – sul sito di una delle etichette legate al gruppo, Comfort Stand, o su Archive.org, distribuito sotto una delle licenze Creative Commons.

Abbiamo segnalato il fatto a Otis Fodder (che ha un passato nel “tape trading”, lo scambio no-profit di registrazioni su cassetta che è stato unpeer-to-peer ante litteram) che nel proprio blog sul sito Happi Tyme commenta: “Non ci siamo mai preoccupati della condivisione, dello scambio o della copia della nostra musica. Sono cose che incoraggiamo.”

Ma l’artista è perplesso: essere piratati a fini commerciali in questo modo è in un certo senso un onore e un’offesa allo stesso tempo.

“Sono piuttosto onorato di essere apparso [in questo sito], ma perché far pagare la gente, quando è disponibile un download gratuito e il CD è fuori catalogo da 8 anni?”

E chiude con un ironico consiglio ai russi: “Sarebbe carino se questi siti di mp3 contattassero prima l’artista… E dico ‘artista’ invece di ‘detentore di copyright’ perché tutta la musica su questa cassetta era campionata, quindi occorrerebbe contattare circa 200 titolari di copyright. Quindi… MP3fiesta, mettiti al telefono e chiedi l’autorizzazione per il materiale di Jeff Lynne, Les Baxter, The Beatles, Steve Martin, George Clinton, The Partridge Family, John Belushi, The Brady Bunch, Raymond Scott, The Three Suns, Mister Rogers, Debbie Gibson, ESG, Charles Grodin, Dr Ruth, Egyptian Lover, e parecchi altri” :-D

Distributori digitali – 15 – Arvato

Arvato AG è una società del gruppo tedesco Bertelsmann – quello della ex-major BMG, oggi fusa con la divisione discografica di Sony. Per la precisione è una delle sei divisioni del gruppo e potrebbe essere definita un “provider” di soluzioni e contenuti. In realtà è difficile definire in poche parole chi ha una marea di sedi nei luoghi più disparati, dall’Italia all’Estonia e sembra svolgere moltissime diverse attività comunque legate alle nuove tecnologie ed alla comunicazione.

Nel 2005 Arvato annunciò GNAB, un software peer-to-peer dotato di tecnologie di protezione e quindi in grado di prevenire la diffusione di contenuti non autorizzati. Il nuovo sistema aveva l’appoggio di Intel: il colosso dei chip era per l’occasione alleato della major tedesca.
Particolare più che curioso: sotto GNAB c’era il codice del defunto Napster prima versione, che Bertelsmann aveva acquisito dopo il fallimento del servizio peer-to-peer fondato da Shawn Fanning.

Ma di GNAB (che a quanto pare stava per “BANG” al contrario) annunciato per il 2005 in Germania e per l’anno successivo in altri paesi, si sono da tempo perse le tracce. Le ultime notizie – datate gennaio 2006 – lo davano in fase di lancio per il 2006, e con in tasca il catalogo EMI (300.000 brani) e quello Sony BMG, almeno per alcuni paesi del mondo.

Nel sito di Arvato Mobile si legge tra le tante cose anche che la società si occupa di acquisire contenuti da diversi titolari di copyright (musica, video, giochi ecc.) e si presenta anche una pagina dedicata a GNAB. Ma – a giugno 2007 – da nessuna parte si riesce a trovare un programma scaricabile da provare.

A confondere ancor di più le acque, l’aggregatore CD Baby asserisce di avere Arvato tra i propri partner. Ma nessun artista di CD Baby sembra reperibile su alcun sito legato ad Arvato, e come ulteriore elemento di confusione è presente un link al sito www.jpc.de, che non vende download ma solo supporti fisici e che non sembra legato al gruppo Bertelsmann.

Che dire… A cercare informazioni su questa società viene il mal di testa: il servizio, se è ancora vivo, faticherà non poco a guadagnare quote di un mercato ormai affollatissimo; al momento appare solo come un ottimo candidato per il “cimitero della musica digitale”…

La pratica del remix e i diritti del remixer:
5/5 – Il futuro: remix letterari e immaginari (ma non troppo)

(segue dalla Parte 4)

-what the fuck was that?
-the remix, says donna
-the what / get the fuck out of here
-what’s wrong, says jody / you never done a remix before?
-no i have not / all that techzak shit
-this ain’t techzak
-right, and you were, what? fifteen seconds at the mixing desk / I mean, the whole song’s been messed with
-yeah, totally

Jeff Noon, Needle in the Groove[1]

Come abbiamo avuto modo di vedere, il remix si è evoluto notevolmente dagli inizi “giamaicani” alla fase della disco music e dell’”extended mix” sino alla attuale situazione che vede la presenza anche di remix altamente decostruttivi.
Questa evoluzione non è stata solo culturale: la creatività è andata di pari passo con la tecnologia, perché nello spazio di un decennio (1975-1985) o poco più si è passati dall’utilizzo di nastro e lametta come strumento di editing a quello di campionatori e computer. Cosa potremo aspettarci quindi dal futuro? Tecnologie ancora più rivoluzionarie, oggi impensabili, influenzeranno e modificheranno ancora la musica che ascoltiamo, mettendo ancor più in difficoltà anche gli aspetti giuridici della pratica del remix?

Il gruppo italiano TEAnO, che ha tra l’altro pubblicato un curioso libretto che manipola seguendo precise regole i testi di alcune ricette di un classico della cucina italiana, Pellegrino Artusi [2], nel proprio sito www.teano.it propone alcune manipolazioni di testi e spartiti secondo le norme della “musica antonimica” [3]. In pratica, a ogni parola viene sostituito un opposto, così il “C’era una volta una gatta” di Gino Paoli può diventare “Non c’è mai stata una cagna”; alterazioni del genere vengono proposte anche su un testo di T.S. Eliot come pure su spartiti, dove le note vengono spostate seguendo uno schema preciso. Di fatto si creano una sorta di “remix” anche se sulla carta.

Ma in fondo, questo tipo di manipolazioni hanno già avuto ampio sfruttamento nel mondo della musica registrata: quello stesso “TA fold” eseguito da John Oswald (vedere Parte 4) su un suo intero cd di manipolazioni dei Grateful Dead, per compattarlo in due soli secondi, sembra appartenere alla stessa famiglia delle operazioni matematiche e manipolatorie di TEAnO.

The Third Wave

Il futurologo Alvin Toffler [4] nel saggio The Third Wave ricorda come avvenne l’evoluzione dell’orchestra: da musica elitaria (da camera, riservata a pochissimi) a musica per molti (sinfonica, destinata a grandi teatri costruiti appositamente e – proprio perché i teatri dovevano contenere moltissimi spettatori, l’orchestra doveva avere un maggior numero di elementi semplicemente per poter “alzare il volume” a sufficienza). Non solo: l’orchestra imitava la fabbrica o la burocrazia: si creavano gerarchie, gli strumentisti venivano divisi in sezioni e rispondevano a un direttore (d’orchestra). Concludeva Toffler: “L’istituzione vendeva il suo prodotto a un mercato di massa, e aggiunse poi alla propria produzione i dischi fonografici. Era nata la fabbrica della musica.” [5]
L’arte era stata influenzata da una rivoluzione in corso: industriale, tecnologica e sociale.

Di fatto, la computer music è ormai da tempo una nuova musica “da camera”: la camera – spesso da letto – dei “bedroom mixer”, i dj e produttori casalinghi, che non hanno più nemmeno bisogno di andare in studio di registrazione per le proprie produzioni. Banalizzando, si potrebbe dire che il computer rimpiazza anche tutta un’orchestra e le casse o le cuffie – ma soprattutto la rete Internet – rimpiazzano la necessità di un “teatro” fisico dove esibirsi: le esibizioni dal vivo di artisti casalinghi trasmesse dalla cantina di qualcuno in diretta sulla Rete (magari nel mondo virtuale di Second Life?) e/o filmate e poi postate su siti web come YouTube e simili non sono ormai più una novità.

Dove dunque potrebbe arrivare il remix, seguendo le prossime evoluzioni della tecnologia?

Jeff Noon, geniale autore britannico spesso definito “cyberpunk” (un’etichetta solo parzialmente appropriata), nel suo quinto romanzo Needle in the Groove presenta una vicenda legata al mondo dei gruppi musicali giovanili ed ambientata in un futuro prossimo. Il gruppo a cui si unisce il bassista Elliot Hill fa uso di strumenti tradizionali – Elliot è un bassista – ma anche di tecnologie innovative: oltre al campionamento dispone di una nuova tecnologia di registrazione che potremmo definire “liquida”. In una specie di sfera contenente un liquido viene immagazzinato il master; basta scuotere la sfera anche per pochi attimi per ottenere un remix.

Needle in the Groove

Dice il recensore di Amazon.co.uk [6]:
La dichiarata affinità di Noon per la musica rispetto alla letteratura come fonte di ispirazione assume qui forma concreta: il libro prende l’idea del remix come suo principio formale e tematico. Se William Burroughs, negli anni ‘50 e ‘60, guardava al collage – ossia all’innovazione nella forma nel campo delle arti visive – come ispirazione per i propri cut-up testuali, Noon trova lo stimolo a ripensare la prosa moderna nella rivoluzione musicale degli ultimi due decenni: il campione, il mixaggio e la manipolazione del suono forniscono il lessico e la grammatica per i suoi esperimenti con il linguaggio.

Già nelle note di apertura, al posto dei soliti ringraziamenti, credits, ispirazioni, introduzione e giù di lì, l’autore indica “scratches and samples”, “rhythms” e in particolare “mix process” in cui descrive in poche efficaci parole il procedimento creativo letterario come fosse una tecnica di mixaggio musicale.

Nei capitoli del testo compare un brano, “Scorched Out For Love”, di cui si leggono alcuni frammenti lirici, alternati a frasi che descrivono la scena, i movimenti eseguiti dal gruppo, gli strumenti, l’atmosfera, il tutto descritto con il linguaggio volutamente frammentario che caratterizza tutto il romanzo. Dopo un primo, leggere scuotimento della sfera/master, viene creato un “soft remix”, e Noon lo descrive cominciando a stravolgere parte delle liriche e frammentando ulteriormente la descrizione testuale che le accompagna.

Il personaggio del musicista “tradizionale” sembra scioccato:

“beh, quasi / tutto era lì, più o meno, ma mutato in qualcos’altro, spostato qua e là, spezzato, rinnovato / anche le parole della canzone sono state cambiate di posto / e soprattutto, il basso / il mio basso, con un po’ di cattiveria / un po’ di disco / sono io a suonare, ne sono certo / ma sexy, in qualche modo / merda, sembrava quasi bootsy collins”. [7]

In una scena successiva, Elliot viene invitato ad agitare con maggiore forza la sfera e a creare un remix più “duro” e decostruttivo (che verrà intitolato “Scorched Out For Dub, Elliot’s Bad And Busted Remix”): esattamente come in una vera e propria decostruzione musicale, tutti gli elementi di base ci sono ancora, ma il testo originale è irriconoscibile, totalmente rimescolato alle parole che nei capitoli precedenti servivano a descrivere la scena dall’esterno. Impossibile comprendere appieno quanto sopra senza leggere almeno alcuni brevi capitoli del volume, ai quali perciò rimandiamo.

Ma dopotutto, per certi aspetti il “futuro” pensato da Noon non è solo già passato cronologicamente perché il 2003 è già trascorso, ma perché dentro il quasi commosso omaggio a cinquant’anni di scena musicale e alla “dance culture” degli ultimi decenni ci sono termini e concetti come “dub”, “wave recording” (che sembra echeggiare il formato WAV dei PC) o “liquid” (liquid Audio era il nome di uno dei primi formati audio digitali proprietari, oggi defunto, mentre gli è sopravvissuto il marchio Liquid Digital Media, oggi associato a un distributore digitale che utilizza tecnologia Microsoft; tra l’altro la nostrana Messaggerie Digitali propone tuttora la vendita di “musica liquida”).
E la tecnica dello “scuotere la sfera” per ottenere un remix non è forse quello che fa da tempo un software come ReCycle con i loop? [8]

Il cerchio si chiude, e non è un caso se tra i “ritmi” che Noon cita come fonte d’ispirazione fanno capolino proprio due nomi che avevamo incontrato all’inizio della nostra carrellata: King Tubby e David Toop.
Come ulteriore “aggravante”, Toop ha realizzato con lo stesso Noon un cd contenente la “colonna sonora” di Needle In The Groove. [9]

Needle in the Groove

(5 – FINE)

[1] Jeff Noon, Needle in the Groove, Black Swan, 2001.
[2] TEAnO, L’Artusi S+n, Stampa Alternativa.
[3] TEAnO, Anthonymic Music, Documento elettronico: http://www.teano.it/works/music.htm.
[4] Toffler ha lasciato una curiosa eredità al mondo della musica: Juan Atkins (alias Model 500), pioniere del techno sound di Detroit prese ispirazione dagli scritti di Toffler (in particolare da “Future Shock”) per il nome di uno dei suoi progetti, Cybotron, e per la propria etichetta discografica, Metroplex. Ma Toffler usò l’espressione “techno rebels”, dalla quale gli artisti della scena elettronica di Detroit dei primi anni’80 mutuarono lo stesso termine “techno” che iniziarono a disseminare nei titoli dei propri brani.
[5] Alvin Toffler, The Third Wave, William Morrow, 1980; trad.mia.
[6] Burhan Tufail, recensione di “Needle in the Groove” di Jeff Noon per Amazon.co.uk; documento elettronico reperibile all’indirizzo: http://www.amazon.co.uk/o/ASIN/0552999199/202-0374476-9287051?SubscriptionId=0EMV44A9A5YT1RVDGZ82
[7] Jeff Noon, Needle in the Groove, Black Swan, 2001; trad.mia.
[8] Per ReCycle: voce “ReCycle (program)” di Wikipedia, http://en.wikipedia.org/wiki/ReCycle_%28program%29 oppure sito della casa produttrice Propellerhead Software, http://www.propellerheads.se/
[9] Jeff Noon – David Toop, Needle In The Groove (CD), Sulphur, 2000.

Distributori digitali – 14 – Royaltyshare

A essere onesti non è un “distributore” vero e proprio come possono essere Apple iTunes, eMusic o Napster. E neppure un aggregatore come CD Baby, The Orchard o IODA.
Royaltyshare è una strana creatura e appartiene al novero di coloro – davvero pochi, al momento – che si stanno dedicando a mettere su sistemi di “Digital Rights Management dal volto umano”: sistemi per tenere traccia di vendite su siti multipli (ma questo lo fanno anche gli aggregatori) e ripartire quanto eventualmente dovuto a terze parti (artisti, licenziatari, editori). Certo, se si hanno le risorse umane a disposizione (una label medio-grande potrebbe farlo in proprio con una-due persone dedicate a ripartire le royalty) questo servizio non serve a molto. Ma piccole etichette rischiano di impazzire davanti a lunghi e complicati report formato Excel o – peggio ancora – persino cartacei. E molti evadono i diritti di riproduzione meccanica o rischiano di fare errori in questo campo non per cattiva volontà, ma perché non sono in grado di gestire correttamente questa mole di informazioni contenuta nel flusso di documentazione prodotta dai distributori. Ancora, anche chi ce la fa a tenere traccia di tutto, sicuramente rischia di accumulare ritardi.

Così ecco servizi come Royaltyshare che propongono di dare una mano, liberando le etichette discografiche (in cambio di una percentuale, ovviamente!) dalle noiose e complicate pratiche di accounting.
La curiosità è che tutto sembra essere nato da una costola di eMusic: alla guida ci sono i due cofondatori del noto sito di download in formato mp3 e chi ha avuto in passato a che fare con eMusic avrà il piacere di ritrovare alcune persone del vecchio staff, in precedenza addette a licenziare materiale dalle label o proprio a gestire l’ufficio royalty, cosa che in eMusic per un certo periodo si faceva talmente bene da non avere praticamente bisogno di accordi con società consorelle della nostra SIAE: i diritti di riproduzione meccanica venivano direttamente liquidati agli editori.
Non saranno certo gli unici a farlo, ma sono i primi a lanciare seriamente un servizio del genere, e perlomeno sulla carta, hanno professionalità e risorse per diventare leader in questa piccola – ma importantissima – nicchia strettamente legata alla distribuzione di musica online.

La pratica del remix e i diritti del remixer:
4/5 – remix creativo e diritti (morali e patrimoniali) del remixer

(segue dalla Parte 3)

Il remix è stato nel decennio 1990-2000 spesso inteso come opera creativa, ma allo stesso tempo è continuata la tendenza di vederlo anche come un mezzo per spingere brani, altrimenti inadeguati, in mercati diversi da quello d’origine. Così, c’è ancora chi utilizza il remixer solo per fargli aggiungere una comune cassa (l’ubiquo “4-on the floor” beat) al posto della batteria originale e poco più, per rendere ballabile un brano pop-rock non nato per le discoteche.
Questo apporto è sicuramente molto poco creativo: spesso, il 90-95% della composizione resta al suo posto.

Talvolta alcuni strumenti (fiati, chitarre) vengono rimossi e rimpiazzati da tastiere che però riproducono pedissequamente le linee melodiche originali, magari vagamente semplificate, al fine di realizzare una versione piuttosto fedele all’originale ma allo stesso tempo facilmente “strutturabile” all’interno di pattern dance.
Se si considera questo tipo di lavoro, l’usanza di accreditare il remix ai soli autori originali del pezzo, senza assegnare quote al remixer (che viene pagato con una somma forfettaria per il lavoro effettuato in studio) può sembrare corretta.

Certo, un approccio creativo al remix – sul modello degli esempi citati in precedenza di KLF, The Orb, Moody Boys (curiosamente, tutti questi gruppi hanno avuto almeno in alcuni periodi un membro in comune: Jimmy Cauty) – suggerirebbe una maggior attenzione ai diritti morali e patrimoniali del remixer, che di fatto è ben più che un manipolatore da studio e anche di un arrangiatore, ma un vero e proprio coautore di nuove versioni del brano.

L’inedita rivendicazione dei Coldcut (vedi Parte 3 del presente articolo) non è un episodio casuale né isolato: saranno proprio loro, nel 1997, a corrispondere la qualifica di coautore a Kevin “Strictly Kev” Foakes in More Beats + Pieces[1], che riprende l’idea e alcuni suoni del precedente Beats + Pieces[2] (anche se curiosamente non corrisponderanno quote ai numerosi remixer).

More Beats + Pieces

Nello stesso periodo nascono progetti di remix “ciclici” in cui un album viene costruito mediante progressive elaborazioni di materiale musicale: in Chinese Whispers [3] (1998), i diritti di ogni brano vengono assegnati al remixer e all’autore principale della traccia precedente e ai rispettivi editori (anche se accanto a diverse tracce riappare l’ubiqua dicitura Copyright Control). Chinese Whispers
Così, a dispetto delle note che recitano “l’album di remix senza compositore… il brano senza titolo”[4] e anche se tutti i brani dell’album sono in qualche modo riferibili a un DNA sonoro comune (una serie di campionamenti inviati in forma semianonima dagli Stereolab al primo “membro” della catena), pur non trovandoci di fronte a un metodo “perfetto”, si riconoscono a livello morale e patrimoniale gli apporti essenziali dei diversi autori/manipolatori.

Due casi opposti sono quelli dati da Grayfolded[5] di Grateful Dead/John Oswald da una parte e da Panthalassa: The Music of Miles Davis 1969-1974[6] appropriatamente sottotitolato “reconstruction & mix translation by Bill Laswell“, dall’altra.

Panthalassa: Reconstructed & Remixed By Bill Laswell

Cominciamo da quest’ultimo: i brani sono firmati da Miles Davis (Joe Zawinul è coautore del primo pezzo); Bill Laswell non è invece accreditato come coautore.
Il suo contributo potrebbe sembrare fin troppo “pigro” per essere realmente innovativo. Eppure, Laswell non intendeva affatto stravolgere Davis: voleva invece – ed in questo sembra essere pienamente riuscito – esaltare alcuni particolari a suo avviso non in evidenza o del tutto sconosciuti.
Ecco perciò un estratto da un brano lunghissimo oppure la fusione di due o più tracce in una, il recupero di suoni non ben udibili nell’editing a suo tempo realizzato o ancora l’inserimento di frammenti completamente tagliati nella versione pubblicata, recuperandoli dai nastri originali e facendo scoprire l’importanza del periodo più elettrico del jazz di Miles Davis, troppo spesso trascurato quando non apertamente avversato dalla critica. Davis ne esce ancora una volta come un anticipatore di elementi che decenni dopo sarebbero ricomparsi in una miriade di forme e nomi diversi (dall’acid jazz al drum’n'bass): e se Laswell non è “coautore” di questo risultato, poco sembra importare.
Lo stesso remixer dichiara: “La prima cosa da comprendere sui suoi dischi di quel periodo è che sono interpretazioni delle performance originali. Ciò che è su quei dischi non necessariamente corrisponde al modo in cui i brani venivano suonati. I dischi erano il risultato di una giornata di lavoro in studio, di parecchio editing e manipolazione dei nastri.”[7] Laswell quindi ha cercato di recuperare elementi perduti o non ben evidenziati da quella che – a suo dire – era una visione personale del produttore Teo Macero. In pratica, con un background nel jazz, secondo Laswell, può essere difficile comprendere ciò che ormai non era più semplicemente catalogabile come jazz. Macero aveva dato una sua “versione” di Davis. Laswell era pronto a rivedere il tutto lavorando da una prospettiva diversa.
Nell’eseguire il suo lavoro si diede però due limitazioni: la prima, tagliare il nastro fisicamente, come si faceva una volta, per recuperare la situazione dello studio di un tempo e quindi gli strumenti a disposizione nel momento in cui i brani erano stati incisi, ma anche per evitare la tentazione di eccessive manipolazioni al computer.
La seconda limitazione? Evitare di aggiungere materiale nuovo.
Continua infatti Laswell: “(…) Non ho aggiunto nulla al materiale che era sul multitracciato. Ho elaborato e riposizionato suoni, ma non ho aggiunto alcun suono o strumento. Tutto ciò che sentite su Panthalassa arriva dalle informazioni contenute nel multitracciato”.
In un contesto del genere, non si può non essere d’accordo con l’onestà intellettuale del manipolatore nel non reclamare alcun credito dal punto di vista del diritto d’autore.

Panthalassa: the Remixes

Da segnalare che Bill Laswell ha effettuato operazioni simili anche con i lavori di Bob Marley e Carlos Santana e che Panthalassa ha anche un piccolo record: quello di aver generato un “remix del remix”.
Alcune versioni alternative dei brani contenuti nell’album originale mixato da Laswell sono state prodotte da altri remixer ed incluse in un lavoro per certi versi più tradizionale, Panthalassa: The Remixes.

Diversissimo il caso di Grayfolded: intanto questa manipolazione nasce come commissionata dallo stesso gruppo a un uomo che per alcuni è sinonimo di pirateria. John Oswald – avversatissimo dall’industria discografica canadese, citato in giudizio da Michael Jackson e dalla Sony per l’utilizzazione non autorizzata di “Bad” nel distruttivo brano “Dab” – viene chiamato a mettere le mani su un brano, Dark Star, che è uno dei “gioielli di famiglia” dei Grateful Dead.

Gli vengono messe a disposizione numerosissime esecuzioni dal vivo del brano stesso: Oswald le utilizza tutte, tagliando, fondendo, sovrapponendo, comprimendo, realizzando una lunga serie di brani nuovi, con nuovi titoli, contenuti in un doppio album.

Gli stessi Dead in un disco del 1968 avevano realizzato overdub di registrazioni live di un brano su registrazioni in studio dello stesso, aggiungendo poi echi ed alterazioni di vario tipo. Oswald fa lo stesso con un brano di cui fagocita oltre un centinaio di versioni ricostruite in due cd divisi in un totale di quindici tracce. All’interno del booklet si possono ammirare le riproduzioni di due onde sonore con una serie di date e luoghi: le indicazioni della miriade di versioni live utilizzate con l’indicazione grafica delle loro collocazioni all’interno della nuova opera.
Per dare un’idea del livello del lavoro di Oswald: alla fine del terzo brano del secondo cd si notano due secondi indicati nel grafico come “TA fold”; “TA” sta per Transitive Axis (titolo del primo cd) e quei due secondi rappresentano l’intero primo disco “compresso” ben 16.384 volte.

Dark Star era una composizione di Garcia/Fisher; esaminiamo i credit del disco: tutti i brani sono stranamente attribuiti a Skjellyfetti/Oswald. Sembra una contraddizione, ma in realtà c’è poco di cui stupirsi: “McGannahan Skjellyfetti” era l’improbabile pseudonimo collettivo a cui erano stati accreditati in passato brani o arrangiamenti realizzati dai membri dei Grateful Dead[10]; Grayfolded è l’unico disco in cui – essendo presenti registrazioni che attraversano tre decenni – si possono ascoltare davvero tutti coloro che in un momento o in un altro hanno fatto parte del gruppo.
Per cui, questa apparentemente assurda attribuzione sembra più che mai azzeccata. Un unico brano è invece firmato Lesh/Oswald.

Grayfolded

Nel corso di una conferenza stampa, John Oswald e il bassista dei Dead, Phil Lesh, si trovano a rispondere proprio alla fatidica domanda: Grayfolded è un disco dei Grateful Dead?
“Credo sia una cosa da chiedere a Phil” – risponde Oswald.
Al che Lesh ribatte: “No, questo non è un disco dei Grateful Dead, questo è un disco di John Oswald!”.
Replica Oswald: “Beh, dovrei far notare che molti fan dei Grateful Dead hanno detto che questo E’ un disco dei Grateful Dead. Penso che l’opinione di Phil sia molto importante, ma ci sono parecchie opinioni discordanti in merito”.[11]
Precisazione: Grayfolded fu commissionato a Oswald proprio da Lesh, e la frase di quest’ultimo non va interpretata come un disconoscimento di paternità, ma al contrario come un onesto riconoscimento dell’apporto creativo di Oswald, che ha realizzato un lavoro più unico che raro.

Conclude allora giustamente Rob Bowman, autore delle note al doppio cd: “(…) Grayfolded è un disco di John Oswald che suona la sua versione di ciò che lui sente in circa venticinque anni di infuocate performance di Dark Star dei Grateful Dead“.

Suonare la propria versione di ciò che si sente in un lavoro altrui: questa potrebbe essere la miglior definizione di remix, valida soprattutto quando il lavoro è effettuato avendo carta bianca e qualora manchino fini commerciali o quantomeno questi non siano prevalenti.

Giungiamo in Italia, dove nel 2001 si registra un progetto decisamente pur interessante anche se molto meno estremo, Comincia Adesso Remix [12] dei 99 Posse: utilizzando tracce vocali del brano originale distribuite in rete tramite il sito Musix.it (emanazione musicale – oggi defunta – del provider Tiscali), una serie di remixer amatoriali si divertono a rielaborare un pezzo del gruppo napoletano. Le versioni migliori finiscono su un cd allegato a una rivista in edicola e poi in negozio. Ma se il nome e l’indirizzo e-mail del remixer di turno vengono diffusi, il regolamento parla chiaro da subito: la prorietà dei master resta alla BMG Ricordi; e ovviamente il pezzo risulta firmato dai soli autori originali, nonostante la presenza di 7 diversi remixer.

Non entriamo nel merito degli stili o del “peso” dei singoli contributi dei vari protagonisti di questo specifico caso; questo tipo di trattamento standard appare sempre meno praticabile per il futuro: se da un lato all’autore si riconosce nel nostro sistema “il diritto esclusivo di introdurre nell’opera qualsiasi modificazione” [13], dall’altro la stessa legge sul diritto d’autore “riconosce la titolarità del diritto d’autore sulle elaborazioni creative a favore di chi le esegue” [14] anche se “come minimo richiede un rifacimento sostanziale” [15] dell’opera.

Di questo tipo di problematiche si discuterà ampiamente nei prossimi anni e – c’è da aspettarselo – prima o poi si verificherà una causa per stabilire se tale “rifacimento sostanziale” sia avvenuto o meno.

L’abolizione degli esami per l’iscrizione alla SIAE e la semplificazione delle pratiche per l’associazione a tale Ente stanno hanno già avuto e avranno sempre più come risultato anche l’arrivo di molti nuovi membri, magari incapaci di leggere e scrivere musica su un pentagramma, non troppo dotati nell’utilizzo di strumenti classici e lontani dal concetto canonico di “compositore”, ma allo stesso tempo pieni di inventiva e capaci di approcci creativi anche notevoli, espressi mediante l’uso della tecnologia: deejay e remixer sono senza dubbio da annoverare tra i nuovi autori e compositori.

(4 – Continua)

[1] Coldcut, More Beats + Pieces (CD singolo), Ninja Tune, Londra 1997.
[2] Coldcut featuring Floormaster Squeeze, Beats + Pieces (vinile 12″), Ahead Of Our Time, Londra 1987.
[3] Artisti Vari, Chinese Whispers (CD), Sprawl Imprint, Gran Bretagna 1998.
[4] Artisti Vari, Chinese Whispers (CD), note di copertina ; trad.mia
[5] Grateful Dead/John Oswald, Grayfolded, Swell/Artifact, USA/Canada 1996.
[6] Miles Davis, Panthalassa: The Music of Miles Davis 1969-1974, Sony, 1998.
[7] Paul Tingen, Miles into the Future – Bill Laswell: Re-Shaping The Music Of Miles Davis,Sound On Sound, maggio 1998; reperibile come Documento Elettronico: http://www.soundonsound.com/sos/may98/articles/billlaswell.html; trad.mia.
[8] Bob Marley, Dreams of Freedom: Ambient Translations of Bob Marley in Dub (CD), Island, 1997.
[9] Carlos Santana, Divine Light – Reconstruction & Mix Translation by Bill Laswell (CD), Epic, 2001.
[10] Si veda in proposito la nota 1 all’articolo di Ahsley Allinson “Ambiance for the Ambient ” (Documento Elettronico: http://esvc001106.wic016u.server-web.com/contents/cteq/04/grateful_dead.html, Febbraio 2004).
[11] La circostanza è riferita nel testo di Rob Bowman incluso nel booklet del doppio cd di Grateful Dead/John Oswald, Grayfolded, Swell/Artifact, USA/Canada 1996; trad.mia.
[12] 99 Posse, Comincia Adesso Remix (CD singolo), Novenove/BMG Ricordi, Napoli-Milano 2001. Inizialmente distribuito come allegato editoriale gratuito con la rivista Tutto (n.5, Mondadori, 2001).
[13] Art.18 L.633/1941.
[14] Luigi Carlo Ubertazzi – Antonio Ammendola, Il Diritto d’Autore, Utet Libreria, Torino 1993, p.52.
[15] Luigi Carlo Ubertazzi – Antonio Ammendola, Il Diritto d’Autore, p.52.

Distributori digitali – 13 – Labelshop.org

Labelshop.org è un servizio a pagamento fornito dalla svizzera Be&See GmbH. Lo slogan in apertura al sito dice già tutto: “Soluzioni di eCommerce per etichette discografiche e artisti”.
In pratica, si tratta dell’ennesimo “shop” integrabile sul proprio sito web.

Esempio negozio online di Labelshop

Il formato è MP3, i pagamenti si effettuano tramite Paypal, le valute utilizzabili sono diverse (Euro, Dollaro USA, Dollaro Canadese, Sterlina, Yen); il bitrate raccomandato va da un minimo di 256kbps e lo spazio per mettere su brani di qualità decisamente non manca: 30 Mb per file, per un totale disponibile di 1,5 Gb.
Questi sono decisamente tutti elementi a favore. Il sito di presentazione del servizio è privo di fronzoli, scarno ma efficace. Un piccolo gruppo di etichette, sei dalla Gran Bretagna e due dalla Svizzera, fanno già uso del servizio. Tra queste sergnaliamo la britannica Cyberfunk Music Group con artisti come DJ Quest e Odissi.
Le dolenti note: come dicevamo, è un servizio a pagamento (nulla si fa per beneficenza, a dispetto del curioso domain .org messo in uso). Per aprire un account nulla è dovuto, per utilizzare il servizio in realtà si pagano 15,99 Euro al mese, pagabili ogni 3 mesi. Se pagate mensilmente c’è un leggero sconto (un Euro in meno per mese). Inoltre, per ogni brano venduto la percentuale del sito è di 9 Eurocent.
Infine, per una prova gratuita del servizio occorre depositare 10 Euro che verranno rimborsati dopo una settimana.

Immagine tratta da www.labelshop.org.

Boris Eltsin e il Copyright

Lo scomparso ex Presidente russo Boris Nikolaevich Eltsin, passa alla storia come figura controversa oltre che come primo Presidente della Russia.

Boris Eltsin (1993) - immagine di Pubblico Dominio tratta da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yeltsinen.wikipedia.org/wiki/Yeltsin\’ align=’right’ hspace=”8″ vspace=”4″ />

Ma pochi sanno che Eltsin ha anche un curioso merito: fu infatti il firmatario della Legge Federale del 1993 su Copyright e Diritti Connessi, aggiornata più volte negli anni e tuttora in vigore.
Il testo del provvedimento è reperibile nell’Archivio Documenti di MusicBlob; da ricordare che proprio su taluni aspetti di tale legislazione “giocano” siti musicali non del tutto legali al di fuori della Russia come AllofMp3.com e Alltunes.com.

Immagine di Pubblico Dominio, tratta da http://en.wikipedia.org/wiki/Yeltsin.

Distributori digitali – 12 – Sonific

Sonific utilizza musica indipendente per scopi promozionali e per operazioni di licensing e sincronizzazione.

logo Sonific - tratto da <a href="http://www.sonific.com/home/sonific_imageswww.sonific.com/home/sonific_images\’ align=’right’ hspace=”8″ vspace=”4″ />

Fondata nel luglio 2005 da Gerd Leonhard, personaggio poliedrico già CEO di Licensemusic.com e autore del libro “The Future of Music: Manifesto for the Digital Music Revolution” per i tipi della Berklee Press, assieme a Gunnar Östergren, che gli era a fianco in Licensemusic ma ha legato il suo nome anche ad altre imprese “tecnologiche” degli ultimi anni come Icon Medialab.

The Future of Music: Manifesto for the Digital Music Revolution

Onestamente, all’inizio non era ben chiaro cosa avrebbe fatto Sonific con l’audio indipendente a disposizione: oggi, invece, con l’esplosione di blog e simili, i SongSpots di Sonific cominciano a diventare un popolare widget da inserire nelle proprie pagine, per appesantir… pardon, arricchirne ulteriormente i contenuti.

A dicembre 2006, La tecnologia è stata segnalata nel blog di Wordpress, il sistema utilizzato per la gestione di MusicBlob e di moltissimi altri siti.

Si può partire da una sorta di home page dei SongSpots per cercare musica di un certo artista o di un certo genere. E ovviamente gli artisti e le label stesse possono utilizzare questo strumento un po’ come utilizzano ad esempio il player di MySpace.

Da notare che Sonific non tratta con singoli artisti ma con grandi aggregatori come CD Baby, che divengono quindi il tramite anche per questo strumento, e che comunque per partecipare all’operazione, che è soprattutto promozionale, bisogna rendere disponibile gratuitamente almeno un brano.

Ancora, Sonific guadagna tramite link di affiliazione ad Amazon e iTunes: chi prova il brano gratuito può quindi acquistare il disco o il download, generando proventi sia per gli artisti che per il sito che ha fornito il widget. Da segnalare la presenza di alcuni nomi di grido, primi fra tutti i Barenaked Ladies (ancora loro!).

Segnalazione finale: poiché chi fornisce al proprio aggregatore i brani da distribuire in via promozionale deve o detenerne tutti i diritti o avere i permessi degli eventuali editori, coautori o altri aventi diritto e rinunciare a qualsivoglia tipo royalty, Sonific in pratica finisce per essere la soluzione perfetta per chi volesse un player di musica legale per il proprio sito senza la necessità di dover pagare la SIAE o altre agenzie del genere.

Logo e SongSpot tratti da www.sonific.com.

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