Magic Trash & Italo Disco: Giorgio Panariello, l’improbabile voce dell’Italian House demenziale (1)
Una notte qualsiasi della primavera 1989 dentro una discoteca dal nome altisonante in una piccola località della costa ligure. Il deejay mette su il disco semianonimo. Sull’etichetta si vede solo uno smile tipico dell’acid house in voga in quei tempi; lo smile però porta dei simboli del dollaro al posto degli occhi.
Il disco è un’accozzaglia di suoni e per la maggior parte suona come un remix o un clamoroso furto di “Jack To The Sound of the Underground” di Hithouse, che a noi è arrivato dall’Inghilterra su etichetta Supreme e infatti alcune compilation dell’epoca catalogano come “UK House” (ma l’autore Peter Slaghuis è olandese) e che a sua volta è uno dei grandi dischi-collage del periodo, una breve epoca felice quando il campionatore aveva fatto da relativamente poco irruzione nelle classifiche e case discografiche, editori e simili non avevano ancora sguinzagliato i legali perché ci si capiva ancora molto poco.
Si sapeva solo che questa “house music” piaceva, la gente ballava e i dischi si vendevano. Tutto il resto non importava. Semmai, faceva piacere ritrovare un suono familiare dentro l’ultimo disco acquistato, ascoltato, ballato. Alcuni dischi facevano a gara a rubarsi suoni tra loro, a chi arrivava prima a usare una certa frase o un pezzo di una certa melodia o a chi riusciva a “condensare” meglio un certo numero di cose già note; oppure – come avveniva nell’hip-hop – si facevano dischi “in risposta” ad altri dischi. Sequel non ufficiali, parodie, rivincite e così via.
Tornando al vinile di cui sopra, aveva circolato già per diversi mesi nei negozi italiani ed aveva passato i confini. Per esempio un estratto del brano – che si intitolava “Judicta”, attribuito a “Mod. N.4″ – si trovava su una compilation promozionale francese (”Hot List 2″ della Sneak Preview) ad uso di radio e dj.
Grazie ad alcune licenze, era stato stampato (anche in cd singolo: roba che all’epoca in Italia si vedeva solo per nomi come Madonna!) da etichette come ZYX, Stealth e Wall Street Music, rispettivamente in Germania, Olanda e Francia.
Il brano usciva a marchio Out sull’onnipresente Discomagic di Severo Lombardoni ed era firmato “Falcus”, ovviamente uno pseudonimo (lo stesso autore, tra le altre cose, in quel periodo firmava un titolo meraviglioso del progetto F. Connection: “Hey Stronzo”, su etichetta Ala Bianca; ma sul nome dietro questo pseudonimo torneremo in seguito). Una scarna dicitura precisava “Produced and arranged by M.Bresciani”.
Nome dell’artista e titolo arrivavano da una famosa scena de “Il Piccolo Diavolo” con Roberto Benigni e Walter Matthau (”Modello numero quattro: Giuditta!” esclama il folle diavoletto Benigni mentre organizza una folle sfilata di abiti in chiesa).
Sorpresa: esaminando il 12″ (o il “mix” come si diceva semplicemente all’epoca) si nota che oltre alla versione diciamo “europea” (denominata “Acid House Version”), infarcita di campionamenti e perfettamente ballabile in qualsiasi dancefloor continentale dell’epoca, ci sono una versione italiana, un “Acid Beat” e un Acappella.
Inizia la festa: l’Acappella è un’accozzaglia di improponibili imitazioni di Roberto Benigni che si protraggono fino alla nausea; il tutto suona come uno scarto direttamente dallo studio di registrazione. l’”Italian Version” è in pratica un edit dell’altro lato con l’aggiunta di voci in italiano: oggi verrebbe chiamato semplicemente mash-up; all’epoca non c’erano parole per definire l’assurdo mescolamento di campioni vari con la voce di Vasco Rossi che canta “Cosa succede in città“. Solo che non è Vasco Rossi, non circolano suoi acappella nel 1989.
Di seguito riecco il fastidioso “Benigni” che canticchia malamente pezzi di “Alzati la gonna” della Steve Rogers Band.
Il signore che imita i personaggi in questione, non accreditato sul disco originale, almeno non nella prima stampa (mentre viene ringraziato nell’edizione tedesca ZYX) come non sono accreditati i pezzi citati (neppure quelli palesemente ricantati) è tale Giorgio Panariello, quello che in anni recenti è stato più noto per aver popolato i sabato sera televisivi della Rai e nella cui biografia ufficiale sul sito web www.giorgiopanariello.it queste prodezze vengono elegantemente omesse. ;-)
Benvenuti nell’inferno sonoro dell’Italian House, anzi dell’ “house demenziale”.
Piccola premessa: si può far incominciare questo breve ed incredibile fenomeno con “The Party” a firma Rubix, alias Robyx, alias Roberto Zanetti, produttore dance di lusso con successi internazionali (da Savage a Ice MC e Double You; tra i lavori più recenti, la produzione di alcuni brani di un suo vecchio amico: Zucchero, con il quale ha tra l’altro realizzato “Baila“).
Questa versione italiana del pezzo dei Kraze era meglio nota come “E non toccarmi il culo, dai!”, dall’incredibile tormentone che una voce femminile ripeteva per tutto il brano (rimpiazzando la mitica vociona urlante della versione originale in inglese).
Una imitazione italiana di “The Party” molto particolare nacque quando il comico Francesco Salvi si trovò in studio con i suoi produttori per fare un disco nel quale non si sapeva ancora bene cosa mettere. Gli fecero sentire “The Party“.
Salvi incominciò a saltellare e gridare “E’ un diesel!” al posto dell’originale “Hey deejay!”: era nato “C’è da spostare un macchina”, il più incredibile successo commerciale del genere in Italia, pubblicato e ballato anche in Germania e probabilmente anche altrove.
Lo stesso Robyx figurerà come autore di un clone del clone del clone: “Tragica Serata di uno Yuppie in Discoteca” di Jo Kondor in cui un falso Massimo Boldi (!) fa il verso a Francesco Salvi (ma qui il “culo” dell’”originale” Rubix cede il passo ai “meloni” citati dall’assatanato vocalist che in realtà risponde al nome di Graziano Salvatori).
“Judicta”, in maniera impietosa, presenta giri di pianino vagamente simili a quello di Salvi o di Rubix (erano questi gli inizi di quella “piano house” che avrebbe avuto i suoi massimi successi con “Ride On Time” e altri lavori del trio Limoni-Davoli-Semplici a firma Black Box o sotto altri deliranti pseudonimi).
Non solo: a riprova che il lavoro è sucessivo e ben conscio di alcune delle sue fonti di ispirazione, ci sono anche i campioni “Hey deejay!” e “E’ un diesel” seguiti da “Excuse me!” ancora dall’originale di Kraze e poi un “Let’s go, Let’s go” direttamente da “Wap-Bam-Boogie” un lato B dei Matt Bianco decisamente migliore di molti dei loro lati A…
Da precisare che il dj Marco Bresciani che produce “Judicta” poco prima aveva già ampiamente saccheggiato l’acappella dei Kraze in un capolavoro-collage meno noto: “D.I.N.D.O.N.D.E.R.O.” a firma El Chico (autore SIAE, manco a dirlo, Falcus). Il “poco prima” appare rilevabile più che altro dal numero di catalogo (OUT 3133) di poco precedente a quello di “Judicta” (OUT 3149).
In questo contesto di citazioni aperte e campionamenti selvaggi e in libertà si infila Panariello con i suoi clamorosi falsi.
“Judicta” si apre con il nostro che urla “Giuuuudittaaaaaa!” facendo il verso alla voce che apre “Ibiza” dei Don Pablo’s Animals, altro clamoroso successo-collage del periodo.
Il momento più incredibile di “Judicta” è quando il nostro (di nuovo in modalità Benigni) “dialoga” con un sample prelevato di peso proprio da “Ibiza”: la voce originale sembra dire “Hai visto Alessandra?”; Mod. N.4 la ripete più volte e il falso Benigni-Panariello interviene: “No!”. Il sample insiste: “Hai visto Alessandra?”; “Nooooo!” – incalza il comico, che alla terza occasione si fa scappare un “dio bono” e alla quarta richiesta conclude sussurrando “vaffancù…”.
Diteci voi cosa è questo, se non trash sublime e immacolato.
(1 – Continua)







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