Walt Disnizzle: quando il Topo incontra l’hip-hop (e i mashup)

Ancora un mashup, ancora un lavoro tanto corposo quanto clamoroso, affine per livello di delirio al recente mixaggio-omaggio ai Beastie Boys ad opera di alcuni artisti della scuderia Ninja Tune.

In 77 minuti di pazzia raccolti sotto il titolo The Walt Disnizzle Mixtape, Arkizzle (alias Arkham.p77) miscela senza pietà breakbeat e campionamenti assortiti, acappella hip-hop da varie fonti e una marea di colonne sonore di film e altri materiali sonori targati Disney, in un divertissement allucinato che potrebbe essere l’incubo di parecchi avvocati esperti di copyright.

Il risultato è a tratti straniante e improbabile, ma comunque azzeccatissimo. Si comincia con un frammento del tema della Main Street Electrical Parade che incorporava un celebre tema di Perrey & Kingsley, ma per l’esattezza è la “fanfara elettrica” dell’arrangiatore Don Dorsey a essere utilizzata a mo’ di intro, immediatamente infarcita di ogni sorta di sample vocali. Una marcetta dal Libro della Giungla (“Colonel Hathi’s March“) diventa la spassosa base per un acappella di Pharoahe Monch mentre Notorious B.I.G. in persona con “Kick in the door” si ritrova a sfidare i Tre Porcellini nella parte del Lupo Cattivo in “Who’s afraid of Biggie Smalls?

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Musica, i promo & la stampa, da Piotta a Ninja Tune

Il caso che ha visto il coinvolgimento di Tommaso Zanello – in arte Piotta – in polemica con la testata online Rockit per via di una recensione del brano “Odio gli indifferenti” che avrebbe fatto un utilizzo un po’ troppo leggero del materiale promozionale inviato dall’etichetta indipendente La Grande Onda, di proprietà dello stesso artista, riporta alla ribalta la questione dei promo e del loro utilizzo.

E’ prassi far pervenire ai giornalisti specializzati materiale da recensire, comunicati stampa e via dicendo; talvolta si possono verificare però errori e incomprensioni.

Qualcuno di sicuro si starà chiedendo: Piotta solleva egli stesso un polverone a fini pubblicitari (un po’ come pare aver fatto negli ultimi giorni su tutt’altra questione un altro artista nostrano, J.Ax, che nel giro di 24 ore prima lancia un tweet in cui minaccia di “denunciare Berlusconi” per un presunto plagio di un brano degli Articolo 31 all’interno di un inno del PDL e poi chiude rapidamente il caso)? Forse.

Pensiamo però a un paio di particolari.

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Tra omaggio e plagio: PCUS / Subsonica (e un occhio ai maestri tedeschi dell’elettropop…)

Premessa: chi scrive segue la band che ha per nome PCUS da una quindicina d’anni, e ha avuto il piacere di collaborare in alcune occasioni con la stessa; in particolare con la pubblicazione di un 45 giri nel 2001, la distribuzione digitale di un album nel 2010 e varie altre pubblicazioni online di file audio e video avvenute negli anni.

Tutto questo per dire che sì, la mia opinione potrebbe essere un filo viziata da quanto sopra.
Per cui lasciamo parlare i fatti.

Immagine pubblicata su Facebook da Michele Mastandrea dei PCUS, il 27 giugno 2011:

Samuel dei Subsonica è indistinguibile da Carlo Passamonti dei PCUS.
Sembra quasi che i due gruppi abbiano lo stesso cantante…

Videoclip dei PCUS filmato nel corso del 2010 e pubblicato su YouTube il 27 dicembre 2010 (attualmente presente nei principali portali video internazionali):

Video/intervista ai Subsonica apparsa su LaStampa.it il 3 luglio 2011:
multimedia.lastampa.it/multimedia/torino/lstp/62198/

Il tutto potrà anche ricordare i classici Kraftwerk dell’album “Man Machine” (eccoli in un video dell’epoca, “The Robots”).

A voler essere puntigliosi (pedanti?) i PCUS hanno le maniche corte; i Kraftwerk le avevano lunghe; i Subsonica tentano una via di mezzo utilizzando maniche lunghe ma arrotolate, accorciate.

Ok, entrambi potrebbero stare omaggiando i maestri teutonici. E poi i PCUS nel video e nei concerti usano anche le camicie bianche, mica solo quelle rosse.
Uhm. Però a pensarci bene, ecco i Subsonica al concerto romano del 1° maggio 2011.
Camicie bianche (e maniche corte!) e cravatta nera.

Che dire. Il copyright sul monocromo di una camicia è un po’ difficile da imporre, ma la cosa è perlomeno curiosa.

Perché se le coincidenze sono sempre possibili, siamo comunque in Italia, il paese dove il video di Biagio Antonacci per caso è uscito identico a quello dei Santo Niente.

O dove un artista notissimo come Ligabue non si fa problemi ad utilizzare un’immagine “ispirata” senza permesso a quella di un altro artista, Erik Johansson.

Al pubblico della Rete l’ardua sentenza…

Alternative a Mulve.com?

Mulve logo

Il dubbio servizio per lo scaricamento rapido di mp3 denominato Mulve, lanciato da poco e rapidissimamente assurto al successo nonché apparentemente già scomparso dopo una fulminea richiesta di takedown da parte dei potenti discografici della Recording Industry Association of America, in realtà non è niente di eccezionale.
Il download è così compatto perché in pratica è solo un programmino che effettua ricerche in un server (che si dice sia dislocato in Russia) e linka i file lì presenti.
Se Mulve.com è down e il relativo client fa fatica a connettersi, alcuni hanno fatto notare che ci sono semplici siti web che non fanno altro che dare accesso alla stessa, misteriosa macchina russa.
La prova? I risultati delle ricerche sono gli stessi. Se per un certo autore avevate cinque brani in Mulve, su Topinweb verranno fuori gli stessi identici. E senza bisogno di alcun client.
Ovvio che adesso la RIAA punterà a chiudere Topinweb e un altro sito sounterà da qualche parte come un funghetto.
Il tutto ci continua a sembrare un patetico gioco del gatto e del topo, oltre che uno spreco di tempo e risorse che potrebbero essere impiegati a digitalizzare musica di qualità in formato legale e a distribuirla a prezzi umani e senza troppe limitazioni…

La RIAA si sta scavando la fossa? Dialogo informale sul caso Jammie Thomas

Nota: quanto segue è la trascrizione quasi integrale di uno scambio avuto in forma privata (via instant messaging). Lo divulghiamo per rendere pubblici alcuni spunti emersi e per stimolare ulteriori commenti e riflessioni in materia.

Nicola D’Agostino:
stai architett^^preparando qualcosa sul verdetto contro la Thomas[1], spero :)

Nicola Battista:
la sentenza contro la thomas è ridicola veramente
se Universal contro mp3.com[2] finì a 25.000 dollari per brano
perché qui 80?
finirà che è corrotto pure il giudice USA? ;)
perché proprio contro questa poveraccia?

Nicola D’Agostino:
per stabilire un precedente ‘migliore’?

Nicola Battista:
precedente: sì la penso anch’io così
finirà male
finirà a boomerang
io la vedo così
adesso Obama si incazza
questa sentenza segnerà la fine di quel che resta del vecchio sistema.

Nicola D’Agostino:
ne hanno fatte due, quante glie ne rimangono in tribunale?
finisce con la terza? come funziona il sistema USA?

Nicola Battista:
sai che non so quanti gradi di giudizio ci siano in USA?
c’è la Corte Suprema, ecco che c’è

www.eff.org/deeplinks/2009/06/record-labels-awarde

e penso che
a) ci andranno
b) questo manderà (come dicevo io) il vecchio sistema a puttane una volta per tutte.
nota peraltro che la corte suprema è già stata toccata da Obama (che ci ha inserito la prima donna ispanica, originaria di Portorico)

Nicola D’Agostino:
Non so se sarà Obama a dare un taglio alla situazione (non so se possa permettere di esporsi così tanto)
certo è che con la lievitazione del (presunto) valore per brano ‘piratato’ quelli della RIAA[3] si stanno dando la zappa, anzi il banco di missaggio sui piedi ;-)

Nicola Battista:
Obama: si esporrà su questo e su altro, ci scommetto
però ci sono cose più gravi e urgenti prima
se hai un casino in Iran non pensi alla regolamentazione del pubblico dominio. :)

Note:
[1] Capitol v. Thomas – Retrial
[2] UMG v. MP3.com
[3] Recording Industry Association of America

The Pirate Google

the Pirate GooglePensiamo che nella vicenda della causa in Svezia a The Pirate Bay si sia perso completamente di vista l’obiettivo.

Un obiettivo che invece è stato centrato perfettamente da The Pirate Google, una semplice paginetta web apparsa online qualche giorno fa che offre una ricerca personalizzata di Google per file con estensione .torrent.

Si tratta di un’operazione decisamente più eloquente delle centinaia di articoli e commenti apparsi in rete sulla vicenda e sulla sentenza di condanna contro i quattro “amministratori” della “baia dei pirati”.

È essenziale infatti stabilire il principio che The Pirate Bay nonostante il nome e il tema non sia un sito da cui scaricare direttamente alcunché se non una squenza di dati che potrebbe portare a un’opera tutelata.
La tesi degli “amministratori” svedesi è che sono equiparabili a quanto fa Google: sono un motore di ricerca per reperire un formato specifico, un tipo di file presente su Internet, così come si può fare sul servizio di Mountain View scegliendo un’opzione nella ricerca avanzata.

Il .torrent è stato e viene utilizzato per diffondere installazioni perfettamente lecite di nuovi software, così da togliere il carico ai server delle case produttrice e “scaricare” il peso dei bit sulle reti p2p. E poi ci sono migliaia di file legali, opere non protette da copyright: pensiamo ai film completi come Night of The Living Dead, per esempio o a materiali autoprodotti e diffusi dagli artisti.

Certo, il .torrent può essere usato per diffondere contenuti protetti da copyright e spesso nella pratica lo è ma non lo si può etichettare a prescindere come strumento per “piratare” alcunché e tantomeno si può addossare sulle spalle di The Pirate Bay la responsabilità di dati (legali o meno) che vengono messi a disposizione (via Bit Torrent) dagli utenti stessi.

Quel prata di NapsterL’accusa che eventualmente si può fare a The Pirate Bay come a qualsiasi altro sito che facilita la ricerca di Bit Torrent (Pirate Google incluso) è che si tratta di “contributory infringment”, come viene chiamato dagli statunitensi.
Il “contributory infringment” non è qualcosa che esiste in maniera uniforme in ogni paese del mondo, e qui è ancora più labile che nel caso di un software p2p con server centralizzato (es. il vecchio Napster) oppure di chi mette in circolazione un programma (es. eMule) comunque per effettuare filesharing in altre modalità.

Infine: al di là discorsi sulle sedi, intermediari o formati incriminati l’attenzione andrebbe posta su aspetti e strategie che da etichette, editori ed associazioni di categoria sono percepite ancora come scomode se non proprio impensabili: materiali accessibili, formati aperti, prezzi bassi o comunque ragionevoli e un occhio di riguardo alle esigenze presenti (e future) del cliente.

La pirateria si risolve in un solo modo: facendo in modo che non se ne senta più il bisogno.

“Can I Get An Amen?” – un saggio sull’estetica del sampling

“Can I Get An Amen?” è un’installazione audio realizzata da Nate Harrison nel 2004: oggetto di quest’opera, è la storia dell’Amen Break, probabilmente il campionamento di batteria più usato nella storia della musica e sicuramente uno dei più influenti e seminali.

nateharrisoncanigetanamenL’installazione e nello specifico la narrazione, diffusa online sul sito di Harrison e attraverso l’Internet Archive (ma la si trova anche su YouTube), nei suoi circa 17 minuti ripercorre in maniera sapiente la trasformazione di un oscuro assolo di batteria in un ingrediente chiave delle sperimentazioni musicali degli ultimi anni e riflette sui numerosi effetti del suo impiego.

È per questo motivo che abbiamo contattato Harrison e ottenuto l’autorizzazione per una traduzione in italiano di questo documento che si sposa perfettamente con il lavoro che MusicBlob sta facendo: ricostruire, analizzare e divulgare l’evoluzione della musica e l’influsso della tecnologia su di essa e in generale sulla cultura, sul diritto e sul mercato.

Ringraziamo Nate Harrison per l’entusiasmo dimostrato e per l’estrema disponibilità e offriamo una versione in lingua italiana che divulghiamo con la stessa licenza Creative Commons dell’opera originale, Attribution-NonCommercial-ShareAlike perché come si afferma nel saggio “l’innovazione all’interno di una cultura cresce quando il copyright è flessibile”.

Buona lettura.

Di chi sono i cd promozionali?

Se lo chiedeva il 10 agosto 2007 Mike Masnick, su Techdirt: “Chi possiede davvero i cd promozionali?”.
E la domanda non è accademica: c’era allora un caso appena aperto, peraltro chiusosi in tempi abbastanza rapidi, a distanza di un anno circa.
Stiamo parlando di UMG v. Augusto, ossia di Universal Music Group, la prima delle major discografiche, che prima fa rimuovere una serie di aste eBay dello sventurato Troy Augusto, venditore di dischi rari e da collezione, “reo” di aver posto in vendita dei “promo cd” sul noto sito di aste online; poi, non paga di avergli già rovinato gli affari, lo cita in giudizio per violazione di copyright (!) in barba a quella che sarebbe invece una norma fondamentale: la “first sale doctrine“, analoga al nostro “principio di esaurimento” del diritto d’autore.

In pratica, una volta ceduta legalmente una copia fisica del cd, il titolare originale dei diritti non dovrebbe più controllare i passaggi successivi di quella copia; a patto che ovviamente non venga riprodotta illecitamente.
In altre parole: se compro un compact disc e lo rivendo – e non in copia – sono perfettamente in regola, come sarà in regola il nuovo acquirente se un domani deciderà di cederlo a sua volta. L’etichetta che ha prodotto e messo in circolazione il supporto non ha null’altro a pretendere da me o dai successivi acquirenti.

Ma a parte il fatto che l’informatica e le nuove tecnologie hanno creato non pochi problemi a questa dottrina (si pensi al software e alle relative licenze d’uso, che di fatto pongono i programmi per elaboratore fuori dal discorso della “prima vendita” o del “principio di esaurimento”), resta il discorso del cd promozionale: può bastare una dicitura stampata o peggio ancora un’etichetta adesiva “promotional use only” a far dire che quel supporto esula dalla normale dottrina e diviene soggetto a una sorta di licenza d’uso?

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