Alle frontiere del furto sonoro: Joyce Hatto e la “grande truffa della musica classica”

Articolo di Nicola Battista
Tematiche: copyright,news,personaggi

Alla sua morte, nel 2006, i giornali scrissero di lei e della quantità e qualità della sua produzione discografica: ma la pianista inglese Joyce Hatto – nata nel 1928 e scomparsa il 30 giugno dello scorso anno – tanto prolifica non era stata.

Anzi, aveva smesso di esibirsi in pubblico trent’anni prima e, a causa di un cancro alle ovaie, in anni recenti di fatto suonare il piano e incidere a livello professionale erano diventati per lei cosa molto difficile se non impossibile.

Così – in una vicenda degna di un Malcolm McLaren più che di protagonisti del serioso mondo della musica classica – dal 1989 in poi il consorte William Barrington-Coupe avrebbe rimediato cercando pianisti in grado di suonare in modo simile per “abbellire” le registrazioni della moglie sovrapponendo nuove tracce di suono eseguite da altri interpreti.

La cosa gli sarebbe sfuggita un attimo di mano: Barrington-Coupe avrebbe preso ad utilizzare frammenti enormi, alterarli, accelerarli, fino a rubare intere tracce altrui.

Alla fine della fiera, a Joyce Hatto furono attribuiti circa 100 titoli diversi, fino alla rivelazione del mensile britannico Gramophone e del discografico svedese Robert von Bahr.
Il marito della Hatto aveva proseguito in questa pratica per anni costruendo una discografia “artificiale” per la propria moglie – pubblicandola sulla propria etichetta Concert Artist Recordings – ed aveva persino ammesso le sue colpe con i discografici della svedese BIS, che era una delle sue vittime.

A tradirlo, i player software che suonano i cd nel computer: in qualche caso inserendo un cd della Hatto il computer tirava fuori i nomi di altri artisti.

In particolare un certo Brian Ventura da Mount Vernon, New York, dopo aver inserito il cd “Transcendental Studies” in cui la Hatto presumibilmente eseguiva composizioni di Liszt, notò che il suo iTunes prelevando i dati dal database di Gracenote – una delle applicazioni più comunemente utilizzate per permettere al computer di “riconoscere” un cd audio all’inserimento nel lettore – attribuiva il disco non alla Hatto ma a László Simon, che aveva inciso gli stessi brani per la BIS. Premesso che a volte si verificano errori o problemi nell’identificazione di un cd da parte di un player software, la cosa gli suonò (perdonateci il gioco di parole) piuttosto strana.
Da qui il contatto con la rivista inglese, le ulteriori investigazioni e la clamorosa scoperta che, oltre a una incredibile risonanza sui media (e una fama postuma che la pianista mai aveva avuto in vita) ha portato anche alcuni rivenditori a togliere dal mercato i dischi “dubbi” (ci scommettiamo: per alcuni sono già oggetto di collezionismo).

L’incredibile vicenda è stata riferita da Associated Press e dalla newsletter Encore di CelebrityAccess, pubblicazione specializzata in vari aspetti del mondo dello spettacolo oltre che da Wikipedia, che dispone di una esauriente scheda sulla pianista e da molti altri media, incluso il magazine Time.

A dire il vero, esaminando il lungo e dettagliato elenco riportato in Wikipedia, si rilevano praticamente solo furti completi di tracce altrui, talvolta con alterazioni della velocità o altre lievi modifiche.

Inoltre, tutte le incisioni dubbie della Hatto portano il nome di René Köhler quale direttore d’orchestra.
Di questo mitico personaggio si può leggere una biografia sul sito del distributore Musicweb International: ebreo tedesco con origini franco-polacche, vissuto tra il 1926 e il 2002, deportato dai nazisti e sopravvissuto all’Olocausto solo per essere fatto prigioniero dai russi fino al 1970, morto di cancro alla prostata.
Peccato però che il povero Köhler – che aveva già avuto una vita così terribile – in realtà non sia mai esistito (!) e che orchestre e direttori che hanno partecipato alle registrazioni originali figurino anche loro nella lunga lista dei “defraudati” da Barrington-Coupe.
Che non ha a caso è l’autore delle note biografiche su Köhler, come indicano le iniziali “WB-C” al termine del testo a cui abbiamo fatto riferimento…

Il critico neozelandese Denis Dutton, in un articolo per il New York Times e sul proprio sito web, arriva a dire che la Hatto non avrebbe potuto essere all’oscuro di ciò che il marito aveva fatto per anni. Anzi, come proverebbero alcune interviste in cui la pianista parlava di alcuni concerti da lei “incisi”, era sicuramente a conoscenza della mistificazione. Dutton arriva perciò a definirla “bugiarda patologica”.

Il lavoro di Barrington-Coupe è una truffa vera e propria, ma allo stesso tempo sembra avere del sublime e non appare a nostro avviso troppo lontano dal labile confine con i più estremi esponenti del plagiarismo artistico ed artistoide; il caso è talmente clamoroso da essere stato definito – come riporta Time – da un portavoce dei discografici britannici riuniti nella prestigiosa BPI (British Phonographic Industry) “uno dei più straordinari casi di pirateria mai visti nel mondo della musica”.

Ci sentiamo di concludere come i due lettori di del New York Times che, in una lettera al giornale pubblicata il 2 marzo 2007, commentano così: “Denis Dutton suggerisce che il vero contributo dato da Joyce Hatto è stato quello di aver curato la raccolta di alcune delle migliori performance di pianisti poco conosciuti. Qualche produttore discografico dovrebbe raccogliere il suggerimento e mettere insieme una raccolta delle registrazioni rubate”.

Questa volta – ovviamente – con il pagamento delle royalties ai veri aventi diritto.

  1. …e in un certo senso ci stanno pensando quelli di eMusic a raccogliere il suggerimento; questo sito infatti contiene una discreta raccolta degli artisti derubati dalla Hatto e dal suo consorte: blog.mytech.it/index.php/2007/05/30/joyce-hatto-su-emusic-molti-dei-derubati/

  2. olimpia

    e a riguardo vi consiglio un libro: di Minh Tran Huy “La doppia vita di Anna Song” Neri Pozza .- Romanzo

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